L'EMARGINATO
"L'EMARGINATO": spazio editoriale indipendente nato nel 2014.
giovedì
𝐎𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐞: 𝐅𝐞𝐝𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐁𝐫𝐢𝐠𝐧𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐥’𝐨𝐫𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐝𝐨𝐥𝐨𝐫𝐞. 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐕𝐚𝐬𝐜𝐨: 𝐒𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐏𝐀𝐑𝐎𝐋𝐄!
sabato
Sud, Mediterraneo e nuovi equilibri globali: la Calabria come snodo strategico
Il Mezzogiorno, e in particolare la Calabria, si trova sospeso tra investimenti annunciati e mai avviati, risorse stanziate ma non pienamente utilizzate e una fragilità amministrativa che continua a rappresentare uno dei principali talloni d’Achille dell’area. Ritardi nella programmazione, inefficienze burocratiche e una governance spesso frammentata hanno storicamente frenato uno sviluppo che, per potenzialità e posizione geografica, potrebbe essere ben altro.
Eppure, nel nuovo scacchiere internazionale, il Mediterraneo torna ad assumere una centralità strategica decisiva. In questo contesto, la Calabria non può più essere considerata terra di passaggio o, peggio ancora, di conquista. Bensì, sempre di più si configura come attore potenziale, come piattaforma naturale tra Europa, Africa e Medio Oriente, come spazio politico ed economico da valorizzare in una visione continentale più ampia.
Al di là dei grandi dossier infrastrutturali – dal dibattito sul Ponte sullo Stretto agli interventi sulla viabilità strategica come la Statale 106 e la 107, fino al ruolo cruciale del Porto di Gioia Tauro – ciò che oggi deve emergere è soprattutto una nuova attitudine. Un cambio di passo culturale e politico che coinvolga istituzioni, società civile e classe dirigente, capace di imprimere finalmente una traiettoria meridionale dentro i processi europei e nazionali.
Una traiettoria che non può prescindere da una Calabria protagonista, consapevole delle proprie potenzialità e finalmente padrona del proprio destino. Certo, le speranze di questo nuovo divenire si scontrano ancora con dati oggettivi preoccupanti: l’emigrazione, soprattutto giovanile, non accenna a diminuire e continua ad alimentare un flusso costante verso il Nord e verso l’estero, privando il territorio di energie fondamentali.
Ma accanto a questa realtà, sta emergendo anche una narrazione diversa, orientata alla valorizzazione delle competenze, delle risorse umane, del patrimonio ambientale e culturale, superando stereotipi e una cronaca che per troppo tempo ha danneggiato l’immagine e la dignità del popolo calabrese.
Oggi, più che mai, la Calabria è chiamata a essere protagonista. Ne è consapevole una parte della politica, così come ne sono consapevoli gli attori internazionali che guardano al Mediterraneo come area chiave nei nuovi equilibri globali. Allo stesso tempo, anche l’Europa è chiamata a rimettere in discussione i propri storici automatismi, liberandosi da vecchi diktat e assumendo un ruolo più incisivo e autonomo in un mondo segnato dal ritorno di un forte imperialismo americano.
Il futuro sarà il risultato delle scelte che verranno compiute oggi. Il Sud, come sempre, sarà ciò che la politica saprà mettere in campo, ma anche ciò che un popolo, troppo a lungo ai margini del progresso, riuscirà a rivendicare con convinzione. Perché proprio qui, in questa terra, il progresso europeo potrebbe trovare uno dei suoi apici più autentici di crescita ed evoluzione.
lunedì
PINO CHIAPPETTA: “DISSENSO RISPETTO ALL’AVVIO DEI LAVORI DI REALIZZAZIONE DI UNA PRESUNTA ROTATORIA IN VIA KENNEDY”.
domenica
Sanremo 2026: un cast che divide e un banco di prova difficile per Carlo Conti
Il cast annunciato per il Festival di Sanremo 2026 ci consegna un messaggio chiaro e immediato: per Carlo Conti questa potrebbe essere una delle edizioni più complesse della sua carriera. Dopo settimane segnate da rifiuti eccellenti e trattative sfumate, il direttore artistico si presenta con una rosa di artisti che, pur mirando alla varietà e alla rappresentanza di generi differenti, sembra poggiare soprattutto su nomi meno affermati del panorama musicale italiano.
Non mancano i colpi di scena: la presenza di Tommaso Paradiso dà un peso importante al cast, così come incuriosisce la coppia inedita formata da Fedez e Masini, che promette attenzione mediatica e discussione sui social. Tuttavia, questi picchi non bastano a bilanciare un elenco che, per molti osservatori, appare meno brillante rispetto alle edizioni precedenti.
Una parte consistente dei selezionati non sembra avere, almeno sulla carta, il potere di attrarre pubblico al di fuori della propria nicchia. Un rischio rilevante, considerando quanto negli ultimi anni il “parco nomi” sia diventato uno degli elementi decisivi per il successo del Festival, in grado di catalizzare discussioni, ascolti, streaming e copertura giornalistica già settimane prima dell’inizio della kermesse.
Naturalmente, come spesso accade, la qualità delle canzoni potrebbe ribaltare ogni previsione: Sanremo ha costruito la sua leggenda proprio sulla capacità di sorprendere, lanciare talenti e rivelare brani destinati a rimanere. Ma allo stato attuale, il cast del 2026 appare uno dei meno convincenti degli ultimi anni, lasciando una sensazione diffusa di occasione mancata.
Conti, forte della sua esperienza e della sua credibilità televisiva, dovrà lavorare molto sulla costruzione dello show e sulla valorizzazione di ogni singolo artista per trasformare un cast apparentemente debole in una narrazione capace di coinvolgere il pubblico. Una sfida non semplice, ma che potrebbe diventare il fulcro dell’intera edizione.
mercoledì
Dov’è finita la sinistra calabrese? Il lungo declino di una forza che aveva saputo far sperare
La domanda che oggi aleggia nella politica calabrese non è un capriccio analitico, né una sterile provocazione: dov’è finita la sinistra che un tempo pulsava, che generava consenso, che sapeva interpretare bisogni, sogni e paure di una terra complessa? Dov’è finita quella forza che, solo pochi anni fa, aveva portato Mario Oliverio a governare la Regione Calabria dopo la stagione di Giuseppe Scopelliti? La sinistra che nel 2014 sembrava poter riaccendere una tradizione storica, sociale e culturale, oggi appare svuotata, smarrita, quasi dissolta sotto il peso dei suoi stessi fallimenti.
Non è un mistero, anzi è ormai percezione comune, che la sinistra calabrese abbia perso compattezza, mordente, identità. L’esito delle ultime elezioni regionali non è solo una sconfitta numerica, ma il simbolo di un crollo politico e narrativo. Pasquale Tridico, indicato come il possibile punto di ripartenza, è diventato invece la rappresentazione plastica di una leadership fragile, logorata dalle polemiche, prigioniera di un tormentone - “Resta. Torna. Crediamoci.” che lo ha accompagnato più della sua proposta politica. La sua campagna elettorale, scandita da tensioni interne e una comunicazione incerta, si è schiantata contro un Roberto Occhiuto capace non solo di consolidare un potere già forte, ma di parlare con un linguaggio determinato a un elettorato tradizionalmente refrattario.
Occhiuto ha vinto sui social, ha vinto sugli annunci d’impatto, ha vinto sull’immagine di concretezza. Ha saputo intercettare studenti e giovani parlando di “reddito di merito”, ha costruito una narrazione semplice ma efficace, ha dato l’idea di un governo dinamico, persino amichevole. Tridico, al contrario, ha perso su ogni terreno: visione, linguaggio, strategia, presenza. E soprattutto è venuto meno al suo stesso slogan, scegliendo Bruxelles e il suo calore istituzionale invece della lotta, aspra e piena di spine, che lo attendeva in Calabria. Una scelta che ha rotto il fragile patto con quei cittadini che, pur dubitando, gli avevano accordato una speranza.
Questo fallimento individuale si innesta però in un fallimento collettivo: quello di una sinistra regionale che da anni non fa autocritica, non elabora nuove classi dirigenti, non riesce a produrre parole che parlino davvero alla gente.
La crisi calabrese è figlia anche della crisi nazionale, con un Partito Democratico guidato da Elly Schlein che fatica a imprimersi, a essere riconosciuto come alternativa solida, e di un universo di sigle progressiste che si muove come una costellazione slegata, spesso autoreferenziale.
In Calabria questa frammentazione diventa smarrimento: non c’è una figura autorevole, non c’è un progetto politico, non c’è una visione. E ciò che resta è una nostalgia che guarda ai grandi del passato — a partire da Giacomo Mancini — come se il loro ricordo potesse ancora guidare un presente che però è cambiato radicalmente.
Il paradosso è che proprio questa debolezza a sinistra rafforza una destra che, pur con le sue tensioni interne e i suoi malumori sulle nomine di potere, appare compatta, determinata, costruita intorno a un leader carismatico. Una destra che, nonostante le traversie giudiziarie e i problemi strutturali della regione, riesce a comunicare l’idea di un percorso, magari lento e imperfetto, ma pur sempre un percorso. E in una Calabria stanca, sfiduciata, ferita, anche un piccolo passo avanti può sembrare un balzo verso la speranza.
La sinistra, invece, resta immobile. Prigioniera di logiche interne, divisioni storiche, personalismi, errori di comunicazione e incapacità di leggere la società. È come se avesse perso il legame con quella parte di Calabria che un tempo considerava naturale riferimento. Una Calabria che ha ancora bisogno di una visione progressista, soprattutto perché i temi che dovrebbero appartenere alla sinistra — lavoro, diritti, istruzione, ambiente, legalità, welfare — sono oggi più urgenti che mai.
Il punto è che per rinascere non bastano i nomi, non bastano le alleanze, non bastano i simboli. Serve un lavoro profondo, culturale prima ancora che politico. Serve ricostruire un’identità collettiva, una missione, un’idea di futuro che sia realmente alternativa a quella proposta dal centrodestra. Serve coraggio, serve verità, serve una leadership nuova, giovane o meno giovane ma soprattutto credibile, capace di parlare alla gente e non ai circoli interni.
La strada che attende la sinistra calabrese è lunga, tortuosa e irta di ostacoli. Ma non è impossibile. Perché ogni crisi può diventare opportunità, se affrontata senza alibi. Oggi però la sinistra sembra ancora smarrita nel suo labirinto, mentre la destra avanza compatta, capitalizzando ogni incertezza altrui. E se un cambiamento è possibile, dipende da quanto la sinistra avrà il coraggio di guardarsi allo specchio e riconoscere la propria debolezza, per trasformarla finalmente in forza.
Davide Beltrano




