sabato

L’intervista di De Simone. “Quando il calcio diventa vulnerabile: l’allarme di Mons. Savino”.

Il calcio, le sue fragilità, la ricattabilità, il terreno fertile per corruzione e infiltrazioni criminali.

A lanciare un deciso e documentato allarme è Mons. Francesco Savino, Arcivescovo di Cassano allo Jonio e Vice Presidente della Cei, in un dialogo a cuore aperto con Nuccio De Simone, giornalista e appassionato di scrittura.

Monsignor Savino è pacato ma deciso sul ruolo del calcio calabrese: "Lo Sport, soprattutto in Calabria, deve essere una palestra di legalità e rapporti di fiducia con città e tifosi. A Cosenza, particolarmente, si vive una fase complessa. Contestazione, rapporti tesi , bassa densità emotiva. Ritengo sia importante riprendere il dialogo, confrontarsi con trasparenza e progetti che non umilino la Società e la Città. Da soli non si intraprendono percorsi, vale tanto per i calciatori quanto per chi gestisce e amministra. È importante la trasparenza e l'assenza di ogni veleno".

Ha individuato le cause dello spazio sempre più ridotto per i giovani e i vivai?

"A proposito dei vivai, mi piacerebbe che fossero più spazio di riscatto che di ricatto ma vedo operazioni opache che portano a corruzione e addirittura a manipolazioni di risultati .

Parlare di mafia sarebbe poco prudente ma è realistico vigilare su un sistema di pressione e ricatto."

Esistono ancora campetti di calcio come inclusione di chi è vittima di droga e spaccio?

"Si, esistono e restano una delle forme più sincere di inclusione quando la strada diventa la scorciatoia per piazze di spaccio o di droga. Parrocchie e campi comunali sono il luogo di cura. La Chiesa da sola non può però risolvere il disagio giovanile, soprattutto se mancano i fondi."

Ci sono forme di infiltrazioni criminali nel calcio?

"Le reti illegali cercano varchi, controllo e riciclaggio. Il primo grande varco è quello delle scommesse come strumento di penetrazione. Dove i flussi di denaro sono difficili da seguire e dove si possono creare legami societari, lì i clan provano ad entrare. L'azienda del pallone non è libera. Il calcio da' visibilità, legittimazione sociale per accrescere prestigio e capacità di pressione."

Crede sia possibile che delinquenti di curva, come emerso dall'inchiesta di Milano, non abbiano mai stretto una mano a calciatori e dirigenti?

"Quando entrano in gioco interessi come biglietti, sicurezza,accessi, gestione dell'ordine attorno allo stadio, possono crearsi zone grigie. Anche in questo caso servono regole e maggiore sorveglianza".

Nuccio De Simone



Nicoletta Perrotti: “Tra impegni presi e parole non mantenute”.



Scrivo queste righe con il senso di responsabilità che deriva non solo dal mio ruolo amministrativo, ma dal percorso umano e politico che ho vissuto negli ultimi mesi, un percorso fatto di scelte, passaggi delicati e, inevitabilmente, anche di interrogativi.

Tutto ha inizio nel settembre 2025, quando Orlandino Greco decide di candidarsi alla Regione Calabria e, nel mese di ottobre, viene eletto. 

A dicembre 2025 si concretizza la naturale decadenza di Orlandino Greco dalla carica di sindaco di Castrolibero. In quella fase, per non modificare l’assetto istituzionale, la scelta ricade su Ciccio Serra vicesindaco facente funzione da sindaco: una decisione dettata quindi dalla continuità amministrativa.

Da quel momento in poi, si apre il dibattito sulla candidatura a sindaco, che si chiude con la riunione del 6 marzo 2026, dove la mia candidatura viene proposta dal gruppo di maggioranza, in primis da Angelo Gangi, presidente del Consiglio comunale, il quale, aveva già dichiarato pubblicamente la propria volontà di non candidarsi alle successive elezioni e vedendo nella mia candidatura, una continuità credibile e una prospettiva solida per il dopo Greco, garantendo piena collaborazione e vicinanza.

Stesso parere positivo fu espresso da Serra, Ricchio e Ilio Perri che sancirono, con la loro firma - come da documento in allegato- , la volontà di partecipare alle future elezioni comunali sostenendo la mia candidatura a sindaca. 

Eppure, è proprio da qui che si apre una fase nuova, fatta di interrogativi e dinamiche che meritano di essere comprese fino in fondo.

Cosa è accaduto tra il 6 marzo e il 9 aprile 2026?
Per quale motivo una posizione inizialmente condivisa ha subito un cambiamento? 
Quali elementi, politici o personali, hanno inciso su questa evoluzione?

Sono domande legittime, che non riguardano solo i protagonisti di questa vicenda, ma un’intera comunità che ha diritto alla chiarezza, alla coerenza e alla trasparenza.

Detto questo, un ringraziamento speciale va a tutte le persone che, in queste ore, mi stanno sostenendo con forza e convinzione, e ai dodici candidati che, con grande senso di responsabilità e autentico spirito di appartenenza, hanno risposto con prontezza alla chiamata.

Desidero inoltre sottolineare, in modo particolare, la disponibilità di coloro che, anche all’ultimo momento, non hanno esitato a mettersi in gioco, accettando con generosità di sostituire i candidati precedenti.


Nicoletta Perrotti

venerdì

Rinascita Civica “Castrolibero non si svende! No alla città unica. Con forza!”


C’è un tema che a Castrolibero non conosce tramonto: quello della cosiddetta “città unica”. Una linea ormai tracciata, in maniera netta, dal referendum del 2024, quando la comunità castroliberese bocciò con decisione la proposta di fusione con Cosenza e Rende.

Negli ultimi giorni, complice anche il clima elettorale, la questione è tornata al centro del dibattito politico. A riaccendere i riflettori sono le dichiarazioni di Rinascita Civica, una delle liste in campo alle prossime amministrative, che candida a sindaca Nicoletta Perrotti.

“ I compagni di viaggio, in politica come nella vita, vanno scelti con attenzione: altrimenti si rischiano imbarazzi e figuracce”, affermano senza giri di parole. Un incipit diretto, che introduce un affondo ancora più netto.

Nel mirino finisce quella che viene definita una contraddizione politica: “Quando la bramosia prende il sopravvento sul progetto, si finisce per sacrificarlo in nome di interessi estranei. Non si spiegherebbe altrimenti la posizione di chi sostiene ‘Insieme per Castrolibero’, legato al progetto della città unica tra Cosenza, Rende e Castrolibero”.

Per Rinascita Civica si tratta di un passaggio cruciale per ribadire coerenza e identità. Il riferimento torna al dicembre 2024, quando il gruppo, insieme a molti cittadini, si oppose con forza a quella che viene definita “una barbarie politico-amministrativa” che avrebbe ridotto Castrolibero a semplice appendice.

“Fu una battaglia entusiasmante, che ci ha visti vincitori e fieri contro chi già pregustava la nostra sconfitta”, ricordano, puntando il dito anche contro chi oggi avrebbe cambiato posizione, stringendo alleanze con protagonisti di quella stagione politica.

Il j’accuse è chiaro e tagliente: cosa è cambiato? L’identità ha perso valore o si è scelto, per convenienza, di rinunciare al protagonismo del territorio?

La risposta è altrettanto netta:

Castrolibero “non è terra di conquista, né storia da assoggettare, né tradizioni da calpestare”. E ancora: “Nessun cavallo di Troia oltrepasserà i nostri confini”.

Tradizione, identità e futuro restano i pilastri della visione politica del movimento, uniti da un obiettivo comune: far crescere Castrolibero senza snaturarne l’essenza.

In vista delle elezioni, la posta in gioco viene descritta senza mezzi termini: “Non sarà una rivincita per chi ha tentato di relegare Castrolibero a un ruolo marginale. Sono gli stessi che oggi vorrebbero completare quel progetto, sostenuti da un’idea politica senza visione”.

La presa di posizione è chiara, priva di ambiguità. Più che una semplice dichiarazione politica, un impegno ribadito: difendere l’identità della città e costruirne il futuro con coerenza e determinazione.


sabato

Ponte sullo Stretto, una giornata storica per il Sud: l’inizio di una nuova visione di futuro per Italia del Meridione.


Quella di oggi è stata una giornata destinata a lasciare il segno, uno di quegli eventi che si percepiscono subito come epocali, perché capaci di entrare nella storia e, soprattutto, di contribuire a scriverla. Il ponte rappresenta molto più di un’opera infrastrutturale: è il simbolo di una nuova visione di sviluppo, di una sfida proiettata verso il futuro e di un Sud che vuole finalmente rialzare lo sguardo.

Una sfida ingegneristica, così come l’ha definita Orlandino Greco, leader e e top player indiscusso del Movimento. Una partita - quella del ponte - fondamentale che si gioca interamente sugli orizzonti meridionali, dove la voglia di restare e costruire il proprio domani si scontra troppo spesso con la desolazione delle opportunità negate e delle occasioni perdute. E questo ponte, oggi più che mai, rappresenta la sfida più importante, quasi come quella che tra tre giorni vedrà l’Italia impegnata in Bosnia per l’accesso diretto al Mondiale americano.

“Finalmente con il ponte si potranno unire le due anime del Sud: Calabria e Sicilia”, ha affermato Santo Gagliardi, una delle colonne portanti di Italia del Meridione (Provincia di Cosenza). Il partito ha marciato compatto a Messina, trascinato da una delegazione di giovani animati da un unico slogan: “Vogliamo ponti tra le comunità, non muri insormontabili”.

Presente anche il segretario regionale di IdM, Emilio De Bartolo, sempre più convinto che un’infrastruttura di tale portata possa fungere da vero volano per l’economia del territorio, attirando nuovi investitori e aprendo prospettive concrete di crescita. Un pensiero ricorrente che trova sempre più spazio tra gli iscritti del movimento, i quali riconoscono nella sezione provinciale di Cosenza un tessuto sociale dal forte impatto comunicativo e dalla grande capacità di coinvolgimento.

“Quella di ieri è stata una giornata davvero storica, il segno tangibile che il Sud può veramente cambiare attraverso scelte compiute per il bene del territorio”, ha concluso la segretaria provinciale di Cosenza, Annalisa Alfano.

Come cantava Francesco De Gregori in uno dei suoi brani più iconici, “la storia siamo noi”. E osservando, a fine giornata, i volti dei giovani di Italia del Meridione, era proprio questa la sensazione dominante: quella di essere parte di qualcosa di grande, di un cambiamento reale, di una storia che inizia adesso.

Vivere per sognare. 
Vivere per diventare, diceva qualcuno.
E questo Sud oggi mostra davvero tutta la sua voglia di diventare protagonista.

Davide Beltrano 

martedì

Calabria, il “No” vince ma la partecipazione resta fragile!

 


La vittoria del “No” consegna al Paese un messaggio tanto semplice quanto potente: alle urne sono tornati, in larga parte, proprio coloro che nelle ultime elezioni politiche avevano scelto di restare a casa. Un voto che conserva il sapore della protesta, ma che può essere letto, in maniera ancora più significativa, come un’espressione libera e consapevole di difesa della Costituzione, priva di impedimenti e condizionamenti.

Dentro questo risultato si intravede un elemento nuovo — o forse ritrovato: la partecipazione. Per la prima volta dopo molto tempo, infatti, si è registrata una presenza significativa dei giovani e di quel vasto “popolo silente” che da anni aveva smesso di riconoscersi nei linguaggi e nei riti della politica. È un segnale che va oltre il merito del quesito referendario e che racconta qualcosa di più profondo: quando gli italiani vengono chiamati su temi percepiti come fondamentali, la risposta arriva. E arriva in modo netto, deciso, quasi identitario.

Ma proprio questa forza partecipativa, letta in controluce, diventa anche un atto d’accusa. Perché se il popolo si mobilita solo in presenza di passaggi straordinari, significa che la politica ordinaria fatica — e non poco — a costruire un legame stabile con i cittadini. È qui che il voto assume una doppia natura: partecipazione e, allo stesso tempo, risentimento.

Questa dinamica emerge con ancora maggiore evidenza osservando la geografia del voto. Il quadro nazionale, infatti, si spezza lungo una linea ormai storica: quella tra Nord e Sud. Se in molte aree del Paese l’affluenza ha raggiunto livelli significativi, nel Mezzogiorno il richiamo alle urne è stato percepito con minore intensità. Calabria e Sicilia si collocano tra le ultime regioni per partecipazione, nonostante il “No” si sia affermato in maniera compatta.

È un dato che impone una riflessione più profonda. Non si tratta soltanto di disaffezione, ma di una diversa scala di priorità: nel Sud, più che altrove, il quotidiano — fatto di lavoro, servizi, prospettive — sembra prevalere sull’orizzonte istituzionale. Il referendum, in questo senso, non è stato avvertito ovunque con la stessa urgenza.

Eppure, anche in questo contesto, il segnale politico resta chiaro. In Calabria, ad esempio, il “No” si impone in maniera diffusa, confermando un orientamento netto dell’elettorato. Fa eccezione Reggio Calabria, unico capoluogo di provincia in cui il “Sì” riesce a prevalere, seppur di misura. Un’anomalia che non altera il quadro generale, ma che contribuisce a restituire l’immagine di un territorio complesso, attraversato da dinamiche interne tutt’altro che uniformi.

Si rafforza così quella dicotomia che da tempo caratterizza il Paese: da un lato un’Italia che partecipa in modo ampio e strutturato, dall’altro un Sud più distante, più trattenuto, meno coinvolto. Non è solo una questione elettorale, ma un indicatore sociale, quasi culturale, della qualità del rapporto tra cittadini e istituzioni.

In questo contesto, colpisce anche ciò che è avvenuto dopo il voto. O, meglio, ciò che non è avvenuto. Il silenzio politico immediatamente successivo alla vittoria del “No”, l’assenza di una risposta chiara, raccontano una difficoltà ad assumere fino in fondo il significato di questo risultato. Come se si trattasse di una sconfitta lontana, non propria, nonostante per mesi abbia trovato proprio nei territori — Calabria inclusa — una forte amplificazione.

Ed è proprio qui che si apre il passaggio più delicato. Perché il voto non chiude una fase: ne apre un’altra. All’orizzonte si profilano le elezioni politiche del 2027, ma la vera sfida è più profonda e riguarda la capacità di ricostruire un rapporto autentico tra politica e cittadini. In Calabria, in particolare, questo significa trasformare un segnale — forte ma isolato — in un percorso concreto di partecipazione e fiducia.

Perché il messaggio delle urne è arrivato, chiaro. Ma senza risposte, rischia di restare solo un’eco. E la speranza, quella, non può permettersi di aspettare ancora troppo.



Davide Beltrano


giovedì

Provinciali a Cosenza: la vittoria che cambia tutto per cambiare niente!

Che valore ha la vittoria del centrodestra alle ultime elezioni provinciali di Cosenza?


Punto 1. Gioco, partita, incontro.

È una vittoria. Senza se e senza ma. Anche se di “ma” ce ne sarebbero da sciorinare, ampiamente riferiti alla forma delle elezioni, ormai depauperata di qualsiasi significato aulico: lì dove si eleggono rappresentanti senza il consenso popolare diretto, la democrazia perde forza e affonda abbondantemente. Questa è la forma.

E la sostanza?

La sostanza ci parla di un centrodestra che vince. Ancora una volta. Ancora e con forza. Non è semplicemente una vittoria di Faragalli, anzi, forse non lo è affatto: è la vittoria di una squadra e degli alleati, come Gianluca Gallo, Pierluigi Caputo, che si sono spesi a spron battuto.

Caruso, invece, è rimasto vittima del suo stesso carisma, tradito anche da chi amico non lo è più: quella fetta di Partito Democratico restia a riconoscere in lui i valori giusti per una vera svolta.

Punto 2.

Ma se da una parte la vittoria è frutto di un centrodestra sempre più compatto, dall’altra parte c’è un demerito non di poco conto: il centrosinistra calabrese — e più precisamente quello cosentino — naviga tra dissenso popolare, disorganizzazione e una evidente fragilità strutturale.

E allora, se vittoria è stata per la compagine di Faragalli, viene quasi da chiedersi: questa vittoria non è forse anche la conseguenza dei conglomerati politici di una sinistra ormai senza bussola?

Punto 3.

Il centrosinistra ora ha una grande occasione: è venuto il momento di rifondare, rischiare, mescolare davvero le carte in tavola.

Flavio Stasi è una figura dal futuro assicurato e forse la sua intraprendenza potrebbe dare una stoccata decisiva a scelte più “rivoluzionarie” e di grande spessore politico. Tanto, a questo punto, cosa c’è ancora da perdere?

Punto 4.

Demeriti o non demeriti, la realtà non mente: in Calabria il centrodestra domina. Non ovunque, intendiamoci, ma nei momenti decisivi i rappresentanti dei vari partiti che si riconoscono nel centrodestra fanno squadra, trovano compromessi per il bene comunitario e riescono a presentarsi con una sola voce.

Non sempre, certo, ma nella maggior parte dei casi tutto appare decisamente più lineare. E questo ripaga. E questo, volenti o nolenti, diventa la cifra principale per continuare su questa rotta.

Allora, come sempre, torniamo al punto di partenza: che valore ha questa vittoria del centrodestra?

Ha il valore della continuità. Senza troppi se e senza troppi ma.

Davide Beltrano 

lunedì

C'eravamo tanto amati: l’attacco Usa all’Iran e l’umiliazione diplomatica italiana


Il titolo del celebre film del 1974 "C’eravamo tanto amati", diretto da Ettore Scola e interpretato da Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Stefania Sandrelli, raccontava la fine di un’illusione collettiva, il logorarsi di un amore politico e generazionale. Oggi quella stessa espressione sembra diventare la metafora di un rapporto internazionale che mostra crepe profonde: quello tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Dopo l’attacco statunitense in Iran – un’azione militare perentoria, priva di preavviso pubblico e accompagnata da forti interrogativi sul piano del diritto internazionale – si apre una frattura politica che non può essere liquidata come un semplice incidente diplomatico. Il nodo non è soltanto l’atto militare in sé, né il giudizio sull’opportunità strategica dell’intervento, né la valutazione sul rischio nucleare, concreto o ipotetico. Il punto centrale è un altro: il metodo.

Secondo dichiarazioni di esponenti della politica italiana, Roma sarebbe stata informata “ad attacco iniziato”. Una circostanza che, se confermata nei termini riportati, segnerebbe un precedente pesante nei rapporti tra alleati. Perché le alleanze non sono solo convergenze di interessi: sono anche condivisione preventiva, coordinamento, rispetto reciproco.

Il rapporto tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump era stato descritto, negli ultimi mesi, come politicamente solido, fondato su una sintonia ideologica e su un comune approccio assertivo nello scenario internazionale. Eppure, l’episodio rischia di incrinare quell’asse, ponendo l’Italia in una posizione di evidente imbarazzo.

Il paradosso è evidente: il ministro della Difesa di uno Stato alleato che apprende di un’operazione militare già in corso, mentre il proprio Paese rimane formalmente agganciato a una strategia che non ha contribuito a definire. Un cortocircuito politico e diplomatico che potrebbe fare scuola, incidendo sugli equilibri futuri.

Non si tratta di difendere o assolvere il regime colpito. Non è questa la sede per stabilire se l’intervento fosse giusto o sbagliato, né per valutare la natura del governo iraniano. La questione è più ampia e riguarda la qualità delle relazioni internazionali: può una delle principali potenze mondiali compiere un’azione militare di tale portata senza un previo confronto con alleati storici?

In gioco non c’è solo l’orgoglio nazionale, ma la tenuta di un sistema di alleanze già attraversato da tensioni. L’Europa osserva con preoccupazione uno scacchiere in cui le linee di cooperazione sembrano sempre più fluide e imprevedibili. In un contesto globale segnato da conflitti e rivalità strategiche, la mancanza di coordinamento può tradursi in instabilità politica e militare.

L’impressione, tra le parole misurate ma tese di alcuni rappresentanti italiani, è quella di un disagio profondo. Un sentimento che va oltre l’episodio contingente e tocca la percezione di un progressivo indebolimento della capacità negoziale europea nei confronti di Washington.

Le alleanze si fondano su una visione condivisa, anche quando questa è dura, competitiva o orientata alla difesa di interessi nazionali. Ma si fondano anche su regole non scritte: informare, coinvolgere, rispettare. Quando questo equilibrio si spezza, resta una domanda sospesa.

Altro che “c’eravamo tanto amati”. Se la distanza dovesse ampliarsi, qualcuno potrebbe evocare amaramente un altro titolo simbolo del cinema italiano, "Maledetto il giorno che t’ho incontrato", diretto e interpretato da Carlo Verdone.

Perché nelle relazioni internazionali, come nei grandi amori raccontati dal cinema, la delusione non nasce dall’ostilità dichiarata, ma dall’alleanza tradita.

Davide Beltrano

giovedì

𝐎𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐞: 𝐅𝐞𝐝𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐁𝐫𝐢𝐠𝐧𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐥’𝐨𝐫𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐝𝐨𝐥𝐨𝐫𝐞. 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐕𝐚𝐬𝐜𝐨: 𝐒𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐏𝐀𝐑𝐎𝐋𝐄!

 


Ci sono storie che si intrecciano come fili indissolubili dell’anima in questa Olimpiade: volti e percorsi che si innalzano a esempi supremi di come i limiti possano essere superati solo attraverso il sacrificio, la fatica e il coraggio di gettare sempre il cuore oltre l’ostacolo.

E quello di Federica Brignone, di ostacoli, ne ha superati tanti.

Tutto è partito dallo scorso aprile, quando un infortunio le aveva frantumato in anticipo il sogno di vivere da protagonista l’Olimpiade nel suo Paese. Un infortunio che avrebbe potuto segnare una carriera, un periodo della propria vita capace di lasciare conseguenze anche nella quotidianità. È come se testa e mente andassero da una parte, mentre il cuore gira l’angolo e cambia strada.

E Federica, da quell’infortunio, ha sempre pensato solo a recuperare il più in fretta possibile. Un passo alla volta. Una speranza dietro l’altra.

E mentre il corpo iniziava a dare i primi segnali confortanti, forse c’era poco tempo per prepararsi davvero a dovere: colpa degli allenamenti, delle paure post infortunio, di quelle certezze che nella mente venivano sgretolate da dubbi e da montagne interiori troppo alte per poter essere scalate in fretta.

Eppure Federica lo ha fatto, arrivando a Milano Cortina pronta a vivere la sua discesa.

E non importava quale potesse essere, alla fine, il risultato. Era lì. Sui suoi sci. Davanti a quella discesa ripida. Aveva già vinto.

Ma quel cuore, quel cuore che ha sempre girato dalla parte opposta del pessimismo, ha dato la carica giusta a Federica per andare oltre ogni limite.

Oro. Oro. Oro olimpico.

Una storia che rimarrà scritta nella leggenda.

Una storia che si tramanderà di generazione in generazione.

Ripartiamo dall’inizio: ci sono storie che si intrecciano come fili indissolubili dell’anima in questa Olimpiade.

E poi c’è un volto, un nome, un esempio che per sempre rimarrà incastonato nel firmamento dello sport mondiale.

Federica Brignone ha vinto la sua partita.

Quella discesa è la misura esatta, seppur opposta, della salita che ha dovuto scalare.

IlFolle

sabato

Sud, Mediterraneo e nuovi equilibri globali: la Calabria come snodo strategico


Alla luce delle più recenti controversie internazionali che coinvolgono i Paesi europei nel rapporto di forza imposto dagli Stati Uniti guidati da Donald Trump, il Sud Italia vive una fase di profonda transizione. Una fase segnata da opportunità e contraddizioni, in cui vecchi ritardi strutturali si intrecciano con nuovi scenari geopolitici che impongono scelte chiare e visioni lungimiranti.

Il Mezzogiorno, e in particolare la
 Calabria, si trova sospeso tra investimenti annunciati e mai avviati, risorse stanziate ma non pienamente utilizzate e una fragilità amministrativa che continua a rappresentare uno dei principali talloni d’Achille dell’area. Ritardi nella programmazione, inefficienze burocratiche e una governance spesso frammentata hanno storicamente frenato uno sviluppo che, per potenzialità e posizione geografica, potrebbe essere ben altro.

Eppure, nel nuovo scacchiere internazionale, il Mediterraneo torna ad assumere una centralità strategica decisiva. In questo contesto, la Calabria non può più essere considerata terra di passaggio o, peggio ancora, di conquista. Bensì, sempre di più si configura come attore potenziale, come piattaforma naturale tra Europa, Africa e Medio Oriente, come spazio politico ed economico da valorizzare in una visione continentale più ampia.

Al di là dei grandi dossier infrastrutturali – dal dibattito sul Ponte sullo Stretto agli interventi sulla viabilità strategica come la Statale 106 e la 107, fino al ruolo cruciale del Porto di Gioia Tauro – ciò che oggi deve emergere è soprattutto una nuova attitudine. Un cambio di passo culturale e politico che coinvolga istituzioni, società civile e classe dirigente, capace di imprimere finalmente una traiettoria meridionale dentro i processi europei e nazionali.

Una traiettoria che non può prescindere da una Calabria protagonista, consapevole delle proprie potenzialità e finalmente padrona del proprio destino. Certo, le speranze di questo nuovo divenire si scontrano ancora con dati oggettivi preoccupanti: l’emigrazione, soprattutto giovanile, non accenna a diminuire e continua ad alimentare un flusso costante verso il Nord e verso l’estero, privando il territorio di energie fondamentali.

Ma accanto a questa realtà, sta emergendo anche una narrazione diversa, orientata alla valorizzazione delle competenze, delle risorse umane, del patrimonio ambientale e culturale, superando stereotipi e una cronaca che per troppo tempo ha danneggiato l’immagine e la dignità del popolo calabrese.

Oggi, più che mai, la Calabria è chiamata a essere protagonista. Ne è consapevole una parte della politica, così come ne sono consapevoli gli attori internazionali che guardano al Mediterraneo come area chiave nei nuovi equilibri globali. Allo stesso tempo, anche l’Europa è chiamata a rimettere in discussione i propri storici automatismi, liberandosi da vecchi diktat e assumendo un ruolo più incisivo e autonomo in un mondo segnato dal ritorno di un forte imperialismo americano.

Il futuro sarà il risultato delle scelte che verranno compiute oggi. Il Sud, come sempre, sarà ciò che la politica saprà mettere in campo, ma anche ciò che un popolo, troppo a lungo ai margini del progresso, riuscirà a rivendicare con convinzione. Perché proprio qui, in questa terra, il progresso europeo potrebbe trovare uno dei suoi apici più autentici di crescita ed evoluzione.

Davide Beltrano