martedì

𝐈𝐥 𝐛𝐨𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐩𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐯𝐨𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐚 𝐭𝐫𝐞𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐚𝐧𝐳𝐚

C’è un’espressione che, nei campi di provincia, si usa quando una partita viene persa sul filo di lana. È quella sensazione di incredulità che arriva con il fischio finale, quando capisci che il risultato è ormai scritto e non c’è più tempo per rimediare.

Alla Camera, dopo il conteggio conclusivo sull’emendamento che avrebbe introdotto il voto di preferenza nella prossima legge elettorale, l’atmosfera è stata molto simile. Il boato esploso dai banchi dell’opposizione sembrava quello di uno stadio o del Centrale di Wimbledon dopo il punto decisivo di Sinner la scorsa domenica.

Solo che, questa volta, in campo non c’erano Jannik Sinner e Alexander Zverev. C’era una maggioranza di governo che è caduta proprio sull’emendamento più innovativo e, per certi aspetti, più distante dalla tradizione della destra italiana.

Perché, al di là delle appartenenze politiche, è difficile negare che l’idea avesse una sua forza: restituire ai cittadini un maggiore potere nella scelta dei propri rappresentanti, superando almeno in parte il sistema delle liste bloccate. Un progetto sul quale Giorgia Meloni aveva investito credibilità politica e capitale personale.

Ma in politica le idee, per quanto condivisibili o contestabili possano essere, camminano sulle gambe della fiducia. E quando quella fiducia viene meno, basta un solo voto per trasformare una riforma simbolo in una sconfitta politica.

È ciò che è accaduto alla Camera.

Come in quelle cadute dalle quali ci si rialza a fatica, salvo essere colpiti subito dopo da una dolorosa ricaduta, il governo Meloni incassa un nuovo stop su uno dei dossier più delicati della legislatura. Dopo la battuta d’arresto sul referendum relativo alla giustizia, arriva ora una sconfitta che riapre interrogativi sulla tenuta della coalizione.

Le ricostruzioni sul numero dei franchi tiratori variano. Secondo una prima lettura sarebbero stati circa cinquanta i voti mancati rispetto alla consistenza teorica della maggioranza. Numeri che portano per forza di cose ad un’analisi accurata. 

La stessa presidente del Consiglio, nelle dichiarazioni successive, non ha nascosto la necessità di aprire una riflessione interna sulle ragioni di una sconfitta maturata per un solo voto, ma dal peso politico enorme.

Siamo di fronte a una crisi di governo? Forse è eccessivo dirlo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare quanto accaduto come un semplice incidente parlamentare.

La maggioranza mostra crepe proprio quando la posta in gioco si alza. Ed è questo il dato che oggi preoccupa Palazzo Chigi più della sconfitta in sé.

Allo stesso tempo, parlare di fine della legislatura appare prematuro. A ben vedere, difficilmente converrebbe a qualcuno tornare alle urne già a settembre. Il centrodestra dovrebbe affrontare il voto dopo aver mostrato le proprie divisioni interne segnato anche dall’avanzata del partito di Vannacci, mentre il centrosinistra continua a presentarsi, nelle ipotesi, con un campo largo ancora incompiuto, privo di una leadership condivisa e attraversato da profonde differenze strategiche.

Resta però il significato politico della giornata di ieri.

Perché i governi non si misurano soltanto dal numero dei parlamentari che li sostengono, ma dalla compattezza con cui affrontano le votazioni decisive. E quando proprio nel momento più importante vengono meno i numeri, inevitabilmente cresce il dubbio che qualcosa si sia incrinato.

Il boato dell’opposizione non rappresenta la fine del governo Meloni. Ma è il rumore di un campanello d’allarme che nessuno, nella maggioranza, può permettersi di ignorare. A volte basta un soffio di vento per annunciare il cambiamento del tempo. E quel soffio, nell’Aula di Montecitorio, per un giorno, è sembrato trasformarsi in un vero uragano.

Davide Beltrano 

domenica

Villapiana, Carmela Cesarini: «I dipendenti comunali sono una risorsa, basta con i luoghi comuni»

 «Non toccatemi i dipendenti comunali». È un messaggio chiaro quello lanciato da Carmela Cesarini, delegata esterna del sindaco di Villapiana con delega alla Gestione delle Risorse Umane e Politiche dello Sviluppo Economico e del Lavoro, che interviene per difendere il lavoro quotidiano del personale comunale e rilanciare la necessità di valorizzarne competenze e professionalità.

Secondo Cesarini, per troppo tempo sui dipendenti comunali si sono concentrati stereotipi e giudizi superficiali, senza conoscere realmente il lavoro svolto ogni giorno negli uffici pubblici.

«Da quando ho ricevuto questa delega – afferma – ho avuto l’opportunità di conoscere ancora più da vicino donne e uomini che ogni giorno garantiscono servizi essenziali alla nostra comunità. Persone che operano con professionalità e senso del dovere, affrontando responsabilità sempre maggiori, normative sempre più complesse e carichi di lavoro crescenti».

Per la delegata esterna il vero problema non è il valore del personale, ma la necessità di investire maggiormente nelle risorse umane. «Abbiamo dipendenti preparati, competenti e motivati, che troppo spesso non dispongono degli strumenti necessari per esprimere al meglio le proprie capacità. Per questo crediamo sia fondamentale puntare su formazione, aggiornamento professionale e valorizzazione del merito».

Cesarini sottolinea inoltre come l’Amministrazione comunale voglia inaugurare un percorso fondato sul rispetto e sulla valorizzazione del personale. «Chi lavora per il Comune non rappresenta il problema, ma una parte fondamentale della soluzione. Dietro ogni pratica conclusa, ogni servizio garantito e ogni problema risolto ci sono persone che meritano rispetto e riconoscimento. Solo investendo nelle competenze e creando migliori condizioni di lavoro sarà possibile costruire un’amministrazione sempre più efficiente e vicina ai cittadini».

venerdì

Mario Bilotto (Giovani IDM): «La flat tax al 5% per i neoassunti è un segnale importante, soprattutto per il Sud»

 «La proposta della flat tax al 5 per cento per i giovani neoassunti è una misura che considero interessante, perché interviene su un problema concreto: quello dell’autonomia economica dei giovani al primo impiego».

È questa la posizione di Mario Bilotto, segretario dei Giovani di Italia del Meridione, che interviene nel dibattito sulla proposta di introdurre una tassazione agevolata per i giovani che si affacciano per la prima volta al mercato del lavoro.

Secondo Bilotto, la misura rappresenterebbe un sostegno concreto in una fase particolarmente delicata della vita lavorativa. «Oggi molti ragazzi iniziano a lavorare con stipendi che non permettono di costruirsi una vera indipendenza economica. Una condizione che nel Mezzogiorno è ancora più evidente, dove le opportunità occupazionali sono più limitate e, troppo spesso, la scelta per tanti giovani diventa quella di lasciare la propria terra».

Per il segretario dei Giovani IDM, una riduzione della pressione fiscale nei primi anni di lavoro potrebbe incidere concretamente sulle prospettive delle nuove generazioni. «Una differenza netta in busta paga può influenzare le scelte di vita di un giovane, offrendo maggiori possibilità di costruire il proprio futuro e di restare nel territorio in cui è nato».

Bilotto sottolinea come la proposta non rappresenti una soluzione definitiva, ma un tassello importante di una strategia più ampia. «Come Giovani Italia del Meridione riteniamo che misure di questo tipo vadano nella direzione giusta, perché riconoscono una difficoltà reale vissuta dalle nuove generazioni. Naturalmente non sono sufficienti da sole».

«Resta fondamentale – conclude – continuare a lavorare per salari più adeguati, maggiore stabilità occupazionale e un sistema di formazione capace di accompagnare i giovani verso un lavoro qualificato. Senza questi elementi nessuna misura fiscale può produrre effetti duraturi. Tuttavia partire da una riduzione della pressione fiscale per chi entra nel mondo del lavoro rappresenta un segnale positivo, che condividiamo e che dimostra una maggiore attenzione verso i giovani, soprattutto quelli del Sud del Paese».

domenica

La politica calabrese e il peso della leadership





Sempre la stessa storia. C’è una canzone di Vasco Rossi che, in poche parole, sembra descrivere alla perfezione la fase che sta vivendo la politica calabrese. È Domani sì, adesso no. E c’è una strofa che più di ogni altra sembra fare da colonna sonora agli ultimi avvenimenti: “Sempre la stessa storia…”.

Perché, osservando ciò che è accaduto nelle ultime settimane, viene spontaneo pensare che sotto il sole non ci sia davvero nulla di nuovo.

Eppure, dopo l’ultima uscita social del presidente Roberto Occhiuto, con quel riferimento agli “sfogati dell’opposizione”, sembra quasi che la cartina di tornasole dell’intero quadro politico regionale passi proprio da lì. Da quel post prendono forma le reazioni, gli attacchi e le prese di posizione di una minoranza che, pur rivendicando rispetto e dignità politica, continua a dare l’impressione di essere prigioniera soprattutto di sé stessa.

Ed è proprio qui che il ragionamento cambia prospettiva.

Una sinistra calabrese schiava delle proprie dinamiche interne. Un copione che, dal dopo Oliverio in poi, si ripresenta con una regolarità quasi disarmante. L’impressione è quella di una forza politica che troppo spesso finisce per sentirsi vittima del sistema, reagendo più per istinto che per metodo, più attraverso slogan che mediante una reale costruzione politica, inseguendo un’idea di giustizia che raramente riesce a trasformarsi in proposta di governo.

Forse, però, per la prima volta dopo l’affondo social di Occhiuto, il centrosinistra si ritrova compatto. Si guarda dentro, si riconosce squadra. Una squadra che continua a faticare nel trovare una leadership autorevole, una guida capace di coniugare visione, organizzazione e metodo.

Naturalmente non sarà una difesa compatta del presidente della Regione a cambiare, da sola, il destino dell’opposizione. Potrebbe però rappresentare una scintilla, il punto di partenza per comprendere che soltanto attraverso un autentico processo di ricostruzione interna e una ritrovata unità la sinistra potrà tornare realmente competitiva.

Per il momento, tuttavia, restiamo nel campo delle ipotesi.

La realtà racconta altro.

Perché il centrodestra si prepara all’ennesima prova del nove. E se all’uscita della sanità calabrese dal commissariamento dovesse affiancarsi anche la conclusione del piano di rientro dal disavanzo sanitario, il risultato politico sarebbe difficilmente contestabile: sarebbe un successo pieno per la maggioranza guidata da Occhiuto.

Alla fine, al netto di ogni lettura politica, la partita si gioca tutta sulla sanità. Ed è qui che emerge il vero nodo. Perché quando si parla di sanità, alla fine, c’è una sola parte destinata a fare davvero i conti con i risultati: i cittadini.

Poco importerà se questo rafforzerà la leadership nazionale di Occhiuto in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Poco importerà se l’azione di governo continuerà a procedere senza particolari scossoni fino alle sfide politiche del 2027.

Resta un dato difficilmente contestabile: dove esiste una leadership forte, normalmente esistono anche una direzione politica chiara, strutture solide e una programmazione capace di reggere nel tempo. E, fino a prova contraria, pur con tutti i limiti che gli si possono attribuire, oggi quella compattezza d’intenti sembra appartenere soprattutto al centrodestra calabrese.

C’è una frase che Luciano Spalletti (allenatore della Juventus) ripete spesso: “Uomini forti, destini forti. Uomini deboli, destini deboli.”

Forse è proprio questa la sintesi più efficace dello scenario politico calabrese. Perché, osservando gli equilibri attuali, qualche assonanza emerge. Anzi, forse più di una. E, forse, perfino troppa.

Davide Beltrano

giovedì

Castrolibero, un tecnico “prestato” alla politica: Eduardo Amerise e la sua visione di futuro.

 


Un tecnico prestato alla politica, con alle spalle anni di esperienza negli enti locali e una profonda conoscenza del territorio. Eduardo Amerise è uno dei volti nuovi della lista “Rinascita Civica” e ha scelto di candidarsi al Consiglio comunale di Castrolibero a sostegno della candidata a sindaco Nicoletta Perrotti.

Ingegnere civile, Amerise porta nella competizione elettorale un bagaglio di competenze maturate nel settore dei lavori pubblici, dove ha ricoperto il ruolo di responsabile unico del progetto in numerose opere, oltre ad aver operato come progettista e direttore dei lavori. Esperienze che si affiancano a una consolidata preparazione nella pianificazione urbanistica, territoriale e ambientale, nonché nella programmazione strategica.

«Castrolibero merita di essere valorizzata – afferma Amerise –. Bisogna partire dalle cose che funzionano e impegnarsi, con umiltà e spirito di servizio, a migliorare le criticità ancora presenti sul territorio». Una visione che punta a superare, secondo il candidato, «la politica dell’intervento a chiamata o del favore personale», ritenuta «non più accettabile in un paese civile».

Per Amerise, il futuro amministrativo della città deve poggiare su una programmazione seria e condivisa: «È fondamentale progettare iniziative valide e vantaggiose per l’intera comunità, con l’obiettivo di costruire una città capace di rispondere ai bisogni di tutti».

La scelta di candidarsi, racconta, nasce dal desiderio di mettere le proprie competenze al servizio della collettività. «Scendere in campo è stata una decisione impegnativa, che affronterò con passione, dedizione ed esperienza, per contribuire concretamente al miglioramento della comunità di Castrolibero».

Nel suo intervento, Amerise esprime anche pieno sostegno alla candidatura di Nicoletta Perrotti: «Credo nel progetto politico di Nicoletta Perrotti, una persona autentica e preparata, che ha maturato la giusta esperienza per diventare la prima donna sindaco nella storia di Castrolibero».

Infine, un appello agli elettori in vista del voto del 24 e 25 maggio: «La politica deve tornare a essere lo strumento per perseguire il bene possibile e concreto. È importante scegliere candidati che abbiano competenza, coerenza etica e appartenenza al territorio, valutando con attenzione il programma elettorale di Rinascita Civica e i punti cardine dell’azione amministrativa proposta nell’interesse pubblico».

Nicoletta Perrotti: “Castrolibero tra difesa dell’identità e nuove opportunità di sviluppo”.


Assessora …una campagna elettorale più difficile e complicata del previsto a quanto pare. Se l’aspettava?

“Ad esser sincera no, nel senso che non era nelle previsioni una campagna elettorale con un profilo etico e culturale così basso. Castrolibero non lo merita. La nostra Comunità si è sempre distinta per un livello alto della politica, da Scipione Valentini ai giorni nostri. Improvvisamente siamo ricaduti nel Medioevo delle bande di potere.”

A cosa si riferisce?

“Castrolibero sia pure nella diversità delle appartenenze ha sempre espresso politicamente un confronto civile, basato sui problemi e sulle questioni da affrontare. Tutto è improvvisamente degenerato in una lotta politica torbida e complottista che non sappiamo dove può portare”.

Come lo spiega?

“Sto riflettendo…anche perché mi trovo a fronteggiare avversari, visibili o meno, con i quali ho condiviso battaglie e responsabilità. Non ci sono posizioni politiche -o almeno non le vedo- in chi avversa la mia candidatura ma una ostilità preconcetta che attraverso me vuole colpire qualcun altro che per Castrolibero ha fatto molto”.

Qual è la posta in gioco?

“Guardi… c’è una anomalia sulla quale i cittadini di Castrolibero debbono riflettere. In questa campagna elettorale registriamo interventi “esterni” alla nostra Comunità che hanno trovato complicità e compiacenze nella parte più disinvolta e manovrabile della rappresentanza politica. Evidentemente Castrolibero è negli interessi di forze esterne che in qualche modo vogliono infiltrarsi nell’amministrazione del Comune”.

Parlare di forze esterne è un po’ generico. Può essere più precisa?

“Castrolibero ha una sua specificità che non è mai stata contestata ed ha portato qualcuno a considerare, con qualche enfasi, Castrolibero i “parioli” dell’area urbana. A parte l’enfasi, Castrolibero è oggettivamente l’area residenziale dell’area urbana ma per parametri oggettivi non per autocompiacimento campanilistico. A Castrolibero non esistono periferie da bonificare, semmai un centro storico da valorizzare. A Castrolibero non c’è inquinamento atmosferico perché la circolazione veicolare è contenuta e compatibile con i flussi “da” e “per” l’area urbana. Per dirla tutta: a Castrolibero l’indice di “qualità della vita” è il più alto dell’area urbana. E noi abbiamo il dovere di preservare e difendere questa specificità”.

E chi avrebbe interesse a mettere le mani su Castrolibero ?

“Nomi non ne faccio, non è nel mio stile ma dietro gli attacchi sui social ci sono personaggi che ancora non hanno mandato giù il referendum sulla “città unica”. Viene allo scoperto anche qualche personaggio delle istituzioni elettive, espressione autentica del folklore politico, che esalta i consensi elettorali di cui gode unitamente ai suoi vuoti culturali per i quali non avverte alcun imbarazzo a riconoscerli. Come se amministrare un comune può prescindere dalla conoscenza e dalla competenza. Ma vorrei parlare, se mi consente, del futuro di Castrolibero a partire da lunedì”.

Lei nelle passate amministrazioni ha ricoperto ruoli importanti e delicati. Gliene ha dato atto l’ex-sindaco Orlandino Greco nella manifestazione di domenica all’anfiteatro. Da sindaca aumentano le responsabilità ma una sindaca è anche portatrice di una sua “visione” del futuro della città e della sua comunità.Qual è la sua “visione”?

“Nessuna rivoluzione perché non c’è nulla da rivoluzionare. Migliorare si, a cominciare dalla “macchina comunale”, cioè l’apparato dei servizi, ma in una linea di continuità col passato recente, portando a compimento progetti e programmi elaborati negli anni e per varie ragioni, non ultime le complessità burocratiche, ancora non realizzati”.

Può fare qualche esempio?

“Le do una risposta di “visione”.

Il ruolo di Castrolibero nell’area urbana non può che essere incardinato alla “qualità della vita” che offre per gli elementi prima citati. Castrolibero, per il suo rapporto verde-cemento, per gli spazi di cui dispone, per il lungofiume ad oggi sottoutilizzato, per il centro storico con le sue atmosfere, non può che diventare l’habitat del tempo libero dell’area urbana. All’area urbana siamo già vincolati da un piano del trasporto pubblico che impegna i tre comuni e li intreccia per tutta una serie di servizi che Castrolibero può offrire. Ho in mente parchi giochi attrezzati oggi inesistenti nell’area urbana, luoghi di incontri culturali e di relazioni sociali, impianti sportivi (tennis e padol) di più largo e meno selettivo accesso, una offerta eno-gastronomica di tradizione in competizione con i migliori ristoranti dell’area urbana ma soprattutto un lungofiume teatro di iniziative mirate, appuntamenti all’aria aperta, occasioni di svago per bambini e famiglie. Qualcosa c’è già, bisogna razionalizzare l’esistente e integrarlo con nuovi investimenti, pubblico-privato, per il tempo libero. Il teatro all’aperto o anfiteatro, unico nell’area urbana, deve diventare un punto di riferimento per gli spettacoli in ogni declinazione, dal teatro alla musica, al ballo, allo show in generale, interpretando così anche le aspettative dei nostri giovani. Valorizzeremo al meglio il nostro patrimonio storico e la nostra ascendenza con l’antica Pandosia”.

Per quanto riguarda invece la Comunità di Castrolibero, nelle sue esigenze primarie e nella quotidianità?

“Farò qualcosa che fino ad oggi ho fatto poco. E’ vero, ho frequentato molto gli uffici e poco le piazze ma, da sindaca, privilegerò l’ascolto perché da soli non si governa. Ascolterò periodicamente imprenditori, commercianti, esercenti di pubblici servizi per sviluppare le nostre potenzialità. Con la macchina amministrativa ho un ottimo rapporto, costruito negli anni, e sarà un punto di forza nell’affrontare i problemi. Ma è soprattutto con le famiglie che voglio incrementare un rapporto di ascolto, per affrontare insieme i problemi, dagli asili nido alla scuola, al diritto alla salute, ai diritti dell’infanzia e dei giovani, soprattutto dei più svantaggiati. Trarrò indicazioni direttamente dalle famiglie, dalle donne soprattutto, che sono il vero pilastro su cui regge una famiglia. Dai servizi all’infanzia alla sacralità dell’area cimiteriale non trascureremo nulla. Il programma c’è, la squadra pure e la volontà certo non manca. Ho soltanto bisogno della fiducia e del mandato da parte degli elettori”.

- A cura della Redazione -

sabato

L’intervista di De Simone. “Quando il calcio diventa vulnerabile: l’allarme di Mons. Savino”.

Il calcio, le sue fragilità, la ricattabilità, il terreno fertile per corruzione e infiltrazioni criminali.

A lanciare un deciso e documentato allarme è Mons. Francesco Savino, Arcivescovo di Cassano allo Jonio e Vice Presidente della Cei, in un dialogo a cuore aperto con Nuccio De Simone, giornalista e appassionato di scrittura.

Monsignor Savino è pacato ma deciso sul ruolo del calcio calabrese: "Lo Sport, soprattutto in Calabria, deve essere una palestra di legalità e rapporti di fiducia con città e tifosi. A Cosenza, particolarmente, si vive una fase complessa. Contestazione, rapporti tesi , bassa densità emotiva. Ritengo sia importante riprendere il dialogo, confrontarsi con trasparenza e progetti che non umilino la Società e la Città. Da soli non si intraprendono percorsi, vale tanto per i calciatori quanto per chi gestisce e amministra. È importante la trasparenza e l'assenza di ogni veleno".

Ha individuato le cause dello spazio sempre più ridotto per i giovani e i vivai?

"A proposito dei vivai, mi piacerebbe che fossero più spazio di riscatto che di ricatto ma vedo operazioni opache che portano a corruzione e addirittura a manipolazioni di risultati .

Parlare di mafia sarebbe poco prudente ma è realistico vigilare su un sistema di pressione e ricatto."

Esistono ancora campetti di calcio come inclusione di chi è vittima di droga e spaccio?

"Si, esistono e restano una delle forme più sincere di inclusione quando la strada diventa la scorciatoia per piazze di spaccio o di droga. Parrocchie e campi comunali sono il luogo di cura. La Chiesa da sola non può però risolvere il disagio giovanile, soprattutto se mancano i fondi."

Ci sono forme di infiltrazioni criminali nel calcio?

"Le reti illegali cercano varchi, controllo e riciclaggio. Il primo grande varco è quello delle scommesse come strumento di penetrazione. Dove i flussi di denaro sono difficili da seguire e dove si possono creare legami societari, lì i clan provano ad entrare. L'azienda del pallone non è libera. Il calcio da' visibilità, legittimazione sociale per accrescere prestigio e capacità di pressione."

Crede sia possibile che delinquenti di curva, come emerso dall'inchiesta di Milano, non abbiano mai stretto una mano a calciatori e dirigenti?

"Quando entrano in gioco interessi come biglietti, sicurezza,accessi, gestione dell'ordine attorno allo stadio, possono crearsi zone grigie. Anche in questo caso servono regole e maggiore sorveglianza".

Nuccio De Simone



Nicoletta Perrotti: “Tra impegni presi e parole non mantenute”.



Scrivo queste righe con il senso di responsabilità che deriva non solo dal mio ruolo amministrativo, ma dal percorso umano e politico che ho vissuto negli ultimi mesi, un percorso fatto di scelte, passaggi delicati e, inevitabilmente, anche di interrogativi.

Tutto ha inizio nel settembre 2025, quando Orlandino Greco decide di candidarsi alla Regione Calabria e, nel mese di ottobre, viene eletto. 

A dicembre 2025 si concretizza la naturale decadenza di Orlandino Greco dalla carica di sindaco di Castrolibero. In quella fase, per non modificare l’assetto istituzionale, la scelta ricade su Ciccio Serra vicesindaco facente funzione da sindaco: una decisione dettata quindi dalla continuità amministrativa.

Da quel momento in poi, si apre il dibattito sulla candidatura a sindaco, che si chiude con la riunione del 6 marzo 2026, dove la mia candidatura viene proposta dal gruppo di maggioranza, in primis da Angelo Gangi, presidente del Consiglio comunale, il quale, aveva già dichiarato pubblicamente la propria volontà di non candidarsi alle successive elezioni e vedendo nella mia candidatura, una continuità credibile e una prospettiva solida per il dopo Greco, garantendo piena collaborazione e vicinanza.

Stesso parere positivo fu espresso da Serra, Ricchio e Ilio Perri che sancirono, con la loro firma - come da documento in allegato- , la volontà di partecipare alle future elezioni comunali sostenendo la mia candidatura a sindaca. 

Eppure, è proprio da qui che si apre una fase nuova, fatta di interrogativi e dinamiche che meritano di essere comprese fino in fondo.

Cosa è accaduto tra il 6 marzo e il 9 aprile 2026?
Per quale motivo una posizione inizialmente condivisa ha subito un cambiamento? 
Quali elementi, politici o personali, hanno inciso su questa evoluzione?

Sono domande legittime, che non riguardano solo i protagonisti di questa vicenda, ma un’intera comunità che ha diritto alla chiarezza, alla coerenza e alla trasparenza.

Detto questo, un ringraziamento speciale va a tutte le persone che, in queste ore, mi stanno sostenendo con forza e convinzione, e ai dodici candidati che, con grande senso di responsabilità e autentico spirito di appartenenza, hanno risposto con prontezza alla chiamata.

Desidero inoltre sottolineare, in modo particolare, la disponibilità di coloro che, anche all’ultimo momento, non hanno esitato a mettersi in gioco, accettando con generosità di sostituire i candidati precedenti.


Nicoletta Perrotti

venerdì

Rinascita Civica “Castrolibero non si svende! No alla città unica. Con forza!”


C’è un tema che a Castrolibero non conosce tramonto: quello della cosiddetta “città unica”. Una linea ormai tracciata, in maniera netta, dal referendum del 2024, quando la comunità castroliberese bocciò con decisione la proposta di fusione con Cosenza e Rende.

Negli ultimi giorni, complice anche il clima elettorale, la questione è tornata al centro del dibattito politico. A riaccendere i riflettori sono le dichiarazioni di Rinascita Civica, una delle liste in campo alle prossime amministrative, che candida a sindaca Nicoletta Perrotti.

“ I compagni di viaggio, in politica come nella vita, vanno scelti con attenzione: altrimenti si rischiano imbarazzi e figuracce”, affermano senza giri di parole. Un incipit diretto, che introduce un affondo ancora più netto.

Nel mirino finisce quella che viene definita una contraddizione politica: “Quando la bramosia prende il sopravvento sul progetto, si finisce per sacrificarlo in nome di interessi estranei. Non si spiegherebbe altrimenti la posizione di chi sostiene ‘Insieme per Castrolibero’, legato al progetto della città unica tra Cosenza, Rende e Castrolibero”.

Per Rinascita Civica si tratta di un passaggio cruciale per ribadire coerenza e identità. Il riferimento torna al dicembre 2024, quando il gruppo, insieme a molti cittadini, si oppose con forza a quella che viene definita “una barbarie politico-amministrativa” che avrebbe ridotto Castrolibero a semplice appendice.

“Fu una battaglia entusiasmante, che ci ha visti vincitori e fieri contro chi già pregustava la nostra sconfitta”, ricordano, puntando il dito anche contro chi oggi avrebbe cambiato posizione, stringendo alleanze con protagonisti di quella stagione politica.

Il j’accuse è chiaro e tagliente: cosa è cambiato? L’identità ha perso valore o si è scelto, per convenienza, di rinunciare al protagonismo del territorio?

La risposta è altrettanto netta:

Castrolibero “non è terra di conquista, né storia da assoggettare, né tradizioni da calpestare”. E ancora: “Nessun cavallo di Troia oltrepasserà i nostri confini”.

Tradizione, identità e futuro restano i pilastri della visione politica del movimento, uniti da un obiettivo comune: far crescere Castrolibero senza snaturarne l’essenza.

In vista delle elezioni, la posta in gioco viene descritta senza mezzi termini: “Non sarà una rivincita per chi ha tentato di relegare Castrolibero a un ruolo marginale. Sono gli stessi che oggi vorrebbero completare quel progetto, sostenuti da un’idea politica senza visione”.

La presa di posizione è chiara, priva di ambiguità. Più che una semplice dichiarazione politica, un impegno ribadito: difendere l’identità della città e costruirne il futuro con coerenza e determinazione.


sabato

Ponte sullo Stretto, una giornata storica per il Sud: l’inizio di una nuova visione di futuro per Italia del Meridione.


Quella di oggi è stata una giornata destinata a lasciare il segno, uno di quegli eventi che si percepiscono subito come epocali, perché capaci di entrare nella storia e, soprattutto, di contribuire a scriverla. Il ponte rappresenta molto più di un’opera infrastrutturale: è il simbolo di una nuova visione di sviluppo, di una sfida proiettata verso il futuro e di un Sud che vuole finalmente rialzare lo sguardo.

Una sfida ingegneristica, così come l’ha definita Orlandino Greco, leader e e top player indiscusso del Movimento. Una partita - quella del ponte - fondamentale che si gioca interamente sugli orizzonti meridionali, dove la voglia di restare e costruire il proprio domani si scontra troppo spesso con la desolazione delle opportunità negate e delle occasioni perdute. E questo ponte, oggi più che mai, rappresenta la sfida più importante, quasi come quella che tra tre giorni vedrà l’Italia impegnata in Bosnia per l’accesso diretto al Mondiale americano.

“Finalmente con il ponte si potranno unire le due anime del Sud: Calabria e Sicilia”, ha affermato Santo Gagliardi, una delle colonne portanti di Italia del Meridione (Provincia di Cosenza). Il partito ha marciato compatto a Messina, trascinato da una delegazione di giovani animati da un unico slogan: “Vogliamo ponti tra le comunità, non muri insormontabili”.

Presente anche il segretario regionale di IdM, Emilio De Bartolo, sempre più convinto che un’infrastruttura di tale portata possa fungere da vero volano per l’economia del territorio, attirando nuovi investitori e aprendo prospettive concrete di crescita. Un pensiero ricorrente che trova sempre più spazio tra gli iscritti del movimento, i quali riconoscono nella sezione provinciale di Cosenza un tessuto sociale dal forte impatto comunicativo e dalla grande capacità di coinvolgimento.

“Quella di ieri è stata una giornata davvero storica, il segno tangibile che il Sud può veramente cambiare attraverso scelte compiute per il bene del territorio”, ha concluso la segretaria provinciale di Cosenza, Annalisa Alfano.

Come cantava Francesco De Gregori in uno dei suoi brani più iconici, “la storia siamo noi”. E osservando, a fine giornata, i volti dei giovani di Italia del Meridione, era proprio questa la sensazione dominante: quella di essere parte di qualcosa di grande, di un cambiamento reale, di una storia che inizia adesso.

Vivere per sognare. 
Vivere per diventare, diceva qualcuno.
E questo Sud oggi mostra davvero tutta la sua voglia di diventare protagonista.

Davide Beltrano 

martedì

Calabria, il “No” vince ma la partecipazione resta fragile!

 


La vittoria del “No” consegna al Paese un messaggio tanto semplice quanto potente: alle urne sono tornati, in larga parte, proprio coloro che nelle ultime elezioni politiche avevano scelto di restare a casa. Un voto che conserva il sapore della protesta, ma che può essere letto, in maniera ancora più significativa, come un’espressione libera e consapevole di difesa della Costituzione, priva di impedimenti e condizionamenti.

Dentro questo risultato si intravede un elemento nuovo — o forse ritrovato: la partecipazione. Per la prima volta dopo molto tempo, infatti, si è registrata una presenza significativa dei giovani e di quel vasto “popolo silente” che da anni aveva smesso di riconoscersi nei linguaggi e nei riti della politica. È un segnale che va oltre il merito del quesito referendario e che racconta qualcosa di più profondo: quando gli italiani vengono chiamati su temi percepiti come fondamentali, la risposta arriva. E arriva in modo netto, deciso, quasi identitario.

Ma proprio questa forza partecipativa, letta in controluce, diventa anche un atto d’accusa. Perché se il popolo si mobilita solo in presenza di passaggi straordinari, significa che la politica ordinaria fatica — e non poco — a costruire un legame stabile con i cittadini. È qui che il voto assume una doppia natura: partecipazione e, allo stesso tempo, risentimento.

Questa dinamica emerge con ancora maggiore evidenza osservando la geografia del voto. Il quadro nazionale, infatti, si spezza lungo una linea ormai storica: quella tra Nord e Sud. Se in molte aree del Paese l’affluenza ha raggiunto livelli significativi, nel Mezzogiorno il richiamo alle urne è stato percepito con minore intensità. Calabria e Sicilia si collocano tra le ultime regioni per partecipazione, nonostante il “No” si sia affermato in maniera compatta.

È un dato che impone una riflessione più profonda. Non si tratta soltanto di disaffezione, ma di una diversa scala di priorità: nel Sud, più che altrove, il quotidiano — fatto di lavoro, servizi, prospettive — sembra prevalere sull’orizzonte istituzionale. Il referendum, in questo senso, non è stato avvertito ovunque con la stessa urgenza.

Eppure, anche in questo contesto, il segnale politico resta chiaro. In Calabria, ad esempio, il “No” si impone in maniera diffusa, confermando un orientamento netto dell’elettorato. Fa eccezione Reggio Calabria, unico capoluogo di provincia in cui il “Sì” riesce a prevalere, seppur di misura. Un’anomalia che non altera il quadro generale, ma che contribuisce a restituire l’immagine di un territorio complesso, attraversato da dinamiche interne tutt’altro che uniformi.

Si rafforza così quella dicotomia che da tempo caratterizza il Paese: da un lato un’Italia che partecipa in modo ampio e strutturato, dall’altro un Sud più distante, più trattenuto, meno coinvolto. Non è solo una questione elettorale, ma un indicatore sociale, quasi culturale, della qualità del rapporto tra cittadini e istituzioni.

In questo contesto, colpisce anche ciò che è avvenuto dopo il voto. O, meglio, ciò che non è avvenuto. Il silenzio politico immediatamente successivo alla vittoria del “No”, l’assenza di una risposta chiara, raccontano una difficoltà ad assumere fino in fondo il significato di questo risultato. Come se si trattasse di una sconfitta lontana, non propria, nonostante per mesi abbia trovato proprio nei territori — Calabria inclusa — una forte amplificazione.

Ed è proprio qui che si apre il passaggio più delicato. Perché il voto non chiude una fase: ne apre un’altra. All’orizzonte si profilano le elezioni politiche del 2027, ma la vera sfida è più profonda e riguarda la capacità di ricostruire un rapporto autentico tra politica e cittadini. In Calabria, in particolare, questo significa trasformare un segnale — forte ma isolato — in un percorso concreto di partecipazione e fiducia.

Perché il messaggio delle urne è arrivato, chiaro. Ma senza risposte, rischia di restare solo un’eco. E la speranza, quella, non può permettersi di aspettare ancora troppo.



Davide Beltrano


giovedì

Provinciali a Cosenza: la vittoria che cambia tutto per cambiare niente!

Che valore ha la vittoria del centrodestra alle ultime elezioni provinciali di Cosenza?


Punto 1. Gioco, partita, incontro.

È una vittoria. Senza se e senza ma. Anche se di “ma” ce ne sarebbero da sciorinare, ampiamente riferiti alla forma delle elezioni, ormai depauperata di qualsiasi significato aulico: lì dove si eleggono rappresentanti senza il consenso popolare diretto, la democrazia perde forza e affonda abbondantemente. Questa è la forma.

E la sostanza?

La sostanza ci parla di un centrodestra che vince. Ancora una volta. Ancora e con forza. Non è semplicemente una vittoria di Faragalli, anzi, forse non lo è affatto: è la vittoria di una squadra e degli alleati, come Gianluca Gallo, Pierluigi Caputo, che si sono spesi a spron battuto.

Caruso, invece, è rimasto vittima del suo stesso carisma, tradito anche da chi amico non lo è più: quella fetta di Partito Democratico restia a riconoscere in lui i valori giusti per una vera svolta.

Punto 2.

Ma se da una parte la vittoria è frutto di un centrodestra sempre più compatto, dall’altra parte c’è un demerito non di poco conto: il centrosinistra calabrese — e più precisamente quello cosentino — naviga tra dissenso popolare, disorganizzazione e una evidente fragilità strutturale.

E allora, se vittoria è stata per la compagine di Faragalli, viene quasi da chiedersi: questa vittoria non è forse anche la conseguenza dei conglomerati politici di una sinistra ormai senza bussola?

Punto 3.

Il centrosinistra ora ha una grande occasione: è venuto il momento di rifondare, rischiare, mescolare davvero le carte in tavola.

Flavio Stasi è una figura dal futuro assicurato e forse la sua intraprendenza potrebbe dare una stoccata decisiva a scelte più “rivoluzionarie” e di grande spessore politico. Tanto, a questo punto, cosa c’è ancora da perdere?

Punto 4.

Demeriti o non demeriti, la realtà non mente: in Calabria il centrodestra domina. Non ovunque, intendiamoci, ma nei momenti decisivi i rappresentanti dei vari partiti che si riconoscono nel centrodestra fanno squadra, trovano compromessi per il bene comunitario e riescono a presentarsi con una sola voce.

Non sempre, certo, ma nella maggior parte dei casi tutto appare decisamente più lineare. E questo ripaga. E questo, volenti o nolenti, diventa la cifra principale per continuare su questa rotta.

Allora, come sempre, torniamo al punto di partenza: che valore ha questa vittoria del centrodestra?

Ha il valore della continuità. Senza troppi se e senza troppi ma.

Davide Beltrano 

lunedì

C'eravamo tanto amati: l’attacco Usa all’Iran e l’umiliazione diplomatica italiana


Il titolo del celebre film del 1974 "C’eravamo tanto amati", diretto da Ettore Scola e interpretato da Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Stefania Sandrelli, raccontava la fine di un’illusione collettiva, il logorarsi di un amore politico e generazionale. Oggi quella stessa espressione sembra diventare la metafora di un rapporto internazionale che mostra crepe profonde: quello tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Dopo l’attacco statunitense in Iran – un’azione militare perentoria, priva di preavviso pubblico e accompagnata da forti interrogativi sul piano del diritto internazionale – si apre una frattura politica che non può essere liquidata come un semplice incidente diplomatico. Il nodo non è soltanto l’atto militare in sé, né il giudizio sull’opportunità strategica dell’intervento, né la valutazione sul rischio nucleare, concreto o ipotetico. Il punto centrale è un altro: il metodo.

Secondo dichiarazioni di esponenti della politica italiana, Roma sarebbe stata informata “ad attacco iniziato”. Una circostanza che, se confermata nei termini riportati, segnerebbe un precedente pesante nei rapporti tra alleati. Perché le alleanze non sono solo convergenze di interessi: sono anche condivisione preventiva, coordinamento, rispetto reciproco.

Il rapporto tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump era stato descritto, negli ultimi mesi, come politicamente solido, fondato su una sintonia ideologica e su un comune approccio assertivo nello scenario internazionale. Eppure, l’episodio rischia di incrinare quell’asse, ponendo l’Italia in una posizione di evidente imbarazzo.

Il paradosso è evidente: il ministro della Difesa di uno Stato alleato che apprende di un’operazione militare già in corso, mentre il proprio Paese rimane formalmente agganciato a una strategia che non ha contribuito a definire. Un cortocircuito politico e diplomatico che potrebbe fare scuola, incidendo sugli equilibri futuri.

Non si tratta di difendere o assolvere il regime colpito. Non è questa la sede per stabilire se l’intervento fosse giusto o sbagliato, né per valutare la natura del governo iraniano. La questione è più ampia e riguarda la qualità delle relazioni internazionali: può una delle principali potenze mondiali compiere un’azione militare di tale portata senza un previo confronto con alleati storici?

In gioco non c’è solo l’orgoglio nazionale, ma la tenuta di un sistema di alleanze già attraversato da tensioni. L’Europa osserva con preoccupazione uno scacchiere in cui le linee di cooperazione sembrano sempre più fluide e imprevedibili. In un contesto globale segnato da conflitti e rivalità strategiche, la mancanza di coordinamento può tradursi in instabilità politica e militare.

L’impressione, tra le parole misurate ma tese di alcuni rappresentanti italiani, è quella di un disagio profondo. Un sentimento che va oltre l’episodio contingente e tocca la percezione di un progressivo indebolimento della capacità negoziale europea nei confronti di Washington.

Le alleanze si fondano su una visione condivisa, anche quando questa è dura, competitiva o orientata alla difesa di interessi nazionali. Ma si fondano anche su regole non scritte: informare, coinvolgere, rispettare. Quando questo equilibrio si spezza, resta una domanda sospesa.

Altro che “c’eravamo tanto amati”. Se la distanza dovesse ampliarsi, qualcuno potrebbe evocare amaramente un altro titolo simbolo del cinema italiano, "Maledetto il giorno che t’ho incontrato", diretto e interpretato da Carlo Verdone.

Perché nelle relazioni internazionali, come nei grandi amori raccontati dal cinema, la delusione non nasce dall’ostilità dichiarata, ma dall’alleanza tradita.

Davide Beltrano

giovedì

𝐎𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐞: 𝐅𝐞𝐝𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐁𝐫𝐢𝐠𝐧𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐥’𝐨𝐫𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐝𝐨𝐥𝐨𝐫𝐞. 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐕𝐚𝐬𝐜𝐨: 𝐒𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐏𝐀𝐑𝐎𝐋𝐄!

 


Ci sono storie che si intrecciano come fili indissolubili dell’anima in questa Olimpiade: volti e percorsi che si innalzano a esempi supremi di come i limiti possano essere superati solo attraverso il sacrificio, la fatica e il coraggio di gettare sempre il cuore oltre l’ostacolo.

E quello di Federica Brignone, di ostacoli, ne ha superati tanti.

Tutto è partito dallo scorso aprile, quando un infortunio le aveva frantumato in anticipo il sogno di vivere da protagonista l’Olimpiade nel suo Paese. Un infortunio che avrebbe potuto segnare una carriera, un periodo della propria vita capace di lasciare conseguenze anche nella quotidianità. È come se testa e mente andassero da una parte, mentre il cuore gira l’angolo e cambia strada.

E Federica, da quell’infortunio, ha sempre pensato solo a recuperare il più in fretta possibile. Un passo alla volta. Una speranza dietro l’altra.

E mentre il corpo iniziava a dare i primi segnali confortanti, forse c’era poco tempo per prepararsi davvero a dovere: colpa degli allenamenti, delle paure post infortunio, di quelle certezze che nella mente venivano sgretolate da dubbi e da montagne interiori troppo alte per poter essere scalate in fretta.

Eppure Federica lo ha fatto, arrivando a Milano Cortina pronta a vivere la sua discesa.

E non importava quale potesse essere, alla fine, il risultato. Era lì. Sui suoi sci. Davanti a quella discesa ripida. Aveva già vinto.

Ma quel cuore, quel cuore che ha sempre girato dalla parte opposta del pessimismo, ha dato la carica giusta a Federica per andare oltre ogni limite.

Oro. Oro. Oro olimpico.

Una storia che rimarrà scritta nella leggenda.

Una storia che si tramanderà di generazione in generazione.

Ripartiamo dall’inizio: ci sono storie che si intrecciano come fili indissolubili dell’anima in questa Olimpiade.

E poi c’è un volto, un nome, un esempio che per sempre rimarrà incastonato nel firmamento dello sport mondiale.

Federica Brignone ha vinto la sua partita.

Quella discesa è la misura esatta, seppur opposta, della salita che ha dovuto scalare.

IlFolle

sabato

Sud, Mediterraneo e nuovi equilibri globali: la Calabria come snodo strategico


Alla luce delle più recenti controversie internazionali che coinvolgono i Paesi europei nel rapporto di forza imposto dagli Stati Uniti guidati da Donald Trump, il Sud Italia vive una fase di profonda transizione. Una fase segnata da opportunità e contraddizioni, in cui vecchi ritardi strutturali si intrecciano con nuovi scenari geopolitici che impongono scelte chiare e visioni lungimiranti.

Il Mezzogiorno, e in particolare la
 Calabria, si trova sospeso tra investimenti annunciati e mai avviati, risorse stanziate ma non pienamente utilizzate e una fragilità amministrativa che continua a rappresentare uno dei principali talloni d’Achille dell’area. Ritardi nella programmazione, inefficienze burocratiche e una governance spesso frammentata hanno storicamente frenato uno sviluppo che, per potenzialità e posizione geografica, potrebbe essere ben altro.

Eppure, nel nuovo scacchiere internazionale, il Mediterraneo torna ad assumere una centralità strategica decisiva. In questo contesto, la Calabria non può più essere considerata terra di passaggio o, peggio ancora, di conquista. Bensì, sempre di più si configura come attore potenziale, come piattaforma naturale tra Europa, Africa e Medio Oriente, come spazio politico ed economico da valorizzare in una visione continentale più ampia.

Al di là dei grandi dossier infrastrutturali – dal dibattito sul Ponte sullo Stretto agli interventi sulla viabilità strategica come la Statale 106 e la 107, fino al ruolo cruciale del Porto di Gioia Tauro – ciò che oggi deve emergere è soprattutto una nuova attitudine. Un cambio di passo culturale e politico che coinvolga istituzioni, società civile e classe dirigente, capace di imprimere finalmente una traiettoria meridionale dentro i processi europei e nazionali.

Una traiettoria che non può prescindere da una Calabria protagonista, consapevole delle proprie potenzialità e finalmente padrona del proprio destino. Certo, le speranze di questo nuovo divenire si scontrano ancora con dati oggettivi preoccupanti: l’emigrazione, soprattutto giovanile, non accenna a diminuire e continua ad alimentare un flusso costante verso il Nord e verso l’estero, privando il territorio di energie fondamentali.

Ma accanto a questa realtà, sta emergendo anche una narrazione diversa, orientata alla valorizzazione delle competenze, delle risorse umane, del patrimonio ambientale e culturale, superando stereotipi e una cronaca che per troppo tempo ha danneggiato l’immagine e la dignità del popolo calabrese.

Oggi, più che mai, la Calabria è chiamata a essere protagonista. Ne è consapevole una parte della politica, così come ne sono consapevoli gli attori internazionali che guardano al Mediterraneo come area chiave nei nuovi equilibri globali. Allo stesso tempo, anche l’Europa è chiamata a rimettere in discussione i propri storici automatismi, liberandosi da vecchi diktat e assumendo un ruolo più incisivo e autonomo in un mondo segnato dal ritorno di un forte imperialismo americano.

Il futuro sarà il risultato delle scelte che verranno compiute oggi. Il Sud, come sempre, sarà ciò che la politica saprà mettere in campo, ma anche ciò che un popolo, troppo a lungo ai margini del progresso, riuscirà a rivendicare con convinzione. Perché proprio qui, in questa terra, il progresso europeo potrebbe trovare uno dei suoi apici più autentici di crescita ed evoluzione.

Davide Beltrano