Il titolo del celebre film del 1974 "C’eravamo tanto amati", diretto da Ettore Scola e interpretato da Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Stefania Sandrelli, raccontava la fine di un’illusione collettiva, il logorarsi di un amore politico e generazionale. Oggi quella stessa espressione sembra diventare la metafora di un rapporto internazionale che mostra crepe profonde: quello tra l’Italia e gli Stati Uniti.
Dopo l’attacco statunitense in Iran – un’azione militare perentoria, priva di preavviso pubblico e accompagnata da forti interrogativi sul piano del diritto internazionale – si apre una frattura politica che non può essere liquidata come un semplice incidente diplomatico. Il nodo non è soltanto l’atto militare in sé, né il giudizio sull’opportunità strategica dell’intervento, né la valutazione sul rischio nucleare, concreto o ipotetico. Il punto centrale è un altro: il metodo.
Secondo dichiarazioni di esponenti della politica italiana, Roma sarebbe stata informata “ad attacco iniziato”. Una circostanza che, se confermata nei termini riportati, segnerebbe un precedente pesante nei rapporti tra alleati. Perché le alleanze non sono solo convergenze di interessi: sono anche condivisione preventiva, coordinamento, rispetto reciproco.
Il rapporto tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump era stato descritto, negli ultimi mesi, come politicamente solido, fondato su una sintonia ideologica e su un comune approccio assertivo nello scenario internazionale. Eppure, l’episodio rischia di incrinare quell’asse, ponendo l’Italia in una posizione di evidente imbarazzo.
Il paradosso è evidente: il ministro della Difesa di uno Stato alleato che apprende di un’operazione militare già in corso, mentre il proprio Paese rimane formalmente agganciato a una strategia che non ha contribuito a definire. Un cortocircuito politico e diplomatico che potrebbe fare scuola, incidendo sugli equilibri futuri.
Non si tratta di difendere o assolvere il regime colpito. Non è questa la sede per stabilire se l’intervento fosse giusto o sbagliato, né per valutare la natura del governo iraniano. La questione è più ampia e riguarda la qualità delle relazioni internazionali: può una delle principali potenze mondiali compiere un’azione militare di tale portata senza un previo confronto con alleati storici?
In gioco non c’è solo l’orgoglio nazionale, ma la tenuta di un sistema di alleanze già attraversato da tensioni. L’Europa osserva con preoccupazione uno scacchiere in cui le linee di cooperazione sembrano sempre più fluide e imprevedibili. In un contesto globale segnato da conflitti e rivalità strategiche, la mancanza di coordinamento può tradursi in instabilità politica e militare.
L’impressione, tra le parole misurate ma tese di alcuni rappresentanti italiani, è quella di un disagio profondo. Un sentimento che va oltre l’episodio contingente e tocca la percezione di un progressivo indebolimento della capacità negoziale europea nei confronti di Washington.
Le alleanze si fondano su una visione condivisa, anche quando questa è dura, competitiva o orientata alla difesa di interessi nazionali. Ma si fondano anche su regole non scritte: informare, coinvolgere, rispettare. Quando questo equilibrio si spezza, resta una domanda sospesa.
Altro che “c’eravamo tanto amati”. Se la distanza dovesse ampliarsi, qualcuno potrebbe evocare amaramente un altro titolo simbolo del cinema italiano, "Maledetto il giorno che t’ho incontrato", diretto e interpretato da Carlo Verdone.
Perché nelle relazioni internazionali, come nei grandi amori raccontati dal cinema, la delusione non nasce dall’ostilità dichiarata, ma dall’alleanza tradita.
Davide Beltrano

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