venerdì

Castrolibero, al via il progetto “Insieme” per la salute femminile.


Parte a Castrolibero il progetto “Insieme”, un percorso dedicato alla salute femminile promosso dal Comune in partnership con l’associazione Anteas Cosenza e realizzato grazie al sostegno di Komen Italia ETS.

L’iniziativa, rivolta principalmente alle donne con diagnosi di tumore al seno, mette a disposizione un programma gratuito di prevenzione, cura e sostegno, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita attraverso attività integrate di tipo sanitario, psicologico e sociale.

«È per me motivo di grande soddisfazione poter annunciare l’avvio di un progetto che mette al centro la salute femminile, tema che considero fondamentale per la nostra comunità. Ancora una volta abbiamo la possibilità di lavorare in sinergia con l’associazione Anteas Cosenza e il presidente Benito Rocca, con cui da tempo condividiamo impegno e collaborazione su tanti progetti sociali e sociosanitari» – ha dichiarato Anna Giulia Mannarino, consigliere comunale con delega alle politiche sociali e sociosanitarie.

Il progetto prevede supporto psicologico, ginnastica dolce e pilates, arte terapia, pet therapy, screening e seminari tematici, tutti servizi offerti a titolo gratuito. «La salute, soprattutto quella delle donne che vivono o hanno vissuto momenti difficili, è per noi una priorità assoluta – aggiunge Mannarino – ed è per questo che siamo orgogliosi di aver costruito, insieme ai nostri partner, un percorso che unisce prevenzione, ricerca e cura.»

Le attività saranno realizzate con il coinvolgimento del Comune di Marano Principato, della Cooperativa Sociale Onlus Orsa Maggiore e del Movimento Statico ASD APS, a conferma di una rete di collaborazione che amplia le opportunità di sostegno sul territorio.

La partecipazione è gratuita ma soggetta a prenotazione, da effettuare al numero 0984 653050 (attivo dal lunedì al venerdì, dalle ore 9:00 alle 12:00).

mercoledì

Dal pregiudizio alla politica: il banco di prova della Lega al Sud con IdM.


Avete presente quando un pregiudizio si insinua come un tarlo nella mente e diventa l’espediente più atroce per non ascoltare più niente e nessuno? 

In politica funziona spesso così, più che guardare al merito si preferisce rimanere incatenati ai rancori, alle vecchie contrapposizioni, agli stereotipi che fanno comodo a chi non vuole discutere di programmi ma di simboli e appartenenze. È esattamente quello che accade intorno alla candidatura di Orlandino Greco, perché nell’immaginario collettivo la Lega resta ancora la voce del Nord e il movimento-partito Italia del Meridione, fondato da Greco, la voce del Sud. Una contraddizione che però esiste soltanto nella testa di chi continua a ragionare per schemi fissi, come se la politica fosse immobile, come se i partiti non potessero cambiare direzione o correggere gli errori del passato. 

La verità è che la Lega di oggi non è più quella di vent’anni fa, non è più nemmeno quella di dieci anni fa, perché una parte consistente del suo consenso al Nord è svanita e il tentativo di radicarsi al Sud è diventato una necessità politica prima ancora che strategica. 

Certo, nessuno dimentica le terminologie offensive che Matteo Salvini e la sua Lega hanno usato nei confronti del Mezzogiorno, ma c’è una differenza sostanziale tra chi persevera nello sbaglio e chi, invece, prova a fare ammenda con i fatti. Negli ultimi anni la Lega ha cercato di portare in agenda questioni concrete per il Sud, dall’Alta Velocità ferroviaria al completamento della statale 106, fino al potenziamento dell’autostrada A2, e si può discutere se siano promesse o risultati, ma resta il fatto che il partito, almeno nelle intenzioni, ha cercato di cambiare rotta investendo dove per decenni tutti hanno investito troppo poco. E se persino la Lega ha compreso che senza il Sud non esiste un’Italia solida e competitiva, vuol dire che qualcosa si è davvero mosso, perché non è il Meridione ad aver bisogno della Lega ma la Lega ad avere bisogno del Meridione. 

È qui che la figura di Orlandino Greco diventa decisiva: la sua scelta è destinata a pesare come un macigno, perché può trasformarsi nell’occasione per dare credibilità a un progetto o, al contrario, nel colpo di grazia alle ambizioni meridionaliste di Salvini. Greco non è uomo che si lascia gestire facilmente, non è tipo da rinunciare alla sua autonomia politica, e se ha accettato un compromesso di questa portata lo ha fatto nella consapevolezza che il Sud non può continuare a stare in panchina, costretto a guardare da lontano partite che si giocano altrove. Ha scelto di sedersi al tavolo grande, di rischiare, di sporcarsi le mani, perché in politica a volte serve più coraggio nel compromesso che nella testimonianza sterile. E se al posto della Lega ci fosse stata Forza Italia probabilmente nessuno avrebbe sollevato un polverone, segno che più dei contenuti contano ancora i pregiudizi. Ma i pregiudizi non possono essere lenti uniche attraverso cui giudicare la politica, altrimenti tutto si riduce a un teatrino dove ognuno recita la parte assegnata senza mai cambiare copione. 

La verità è che oggi il Sud ha inghiottito la Lega, e che non sarebbe affatto male utilizzare un partito di maggioranza per ottenere quelle riforme che il Mezzogiorno attende da decenni. Poi magari non tutto si realizzerà, magari le promesse resteranno a metà, ma il giudizio deve basarsi sui fatti e non sulle caricature del passato. 

Perché se per Enrico IV “Parigi val bene una messa”, allora per Orlandino Greco il Sud val bene un compromesso con la Lega.

Davide Beltrano

Il talento calabrese Paolo Andriolo porta la sua pinsa a Rieti!


Rieti torna ad accendersi di sapori, profumi e colori grazie alla quindicesima edizione della Fiera Campionaria Mondiale del Peperoncino, appuntamento ormai irrinunciabile per chi vive di gastronomia, passione e creatività culinaria. Dal 29 agosto al 7 settembre 2025, il cuore dell’Italia ospiterà chef, pizzaioli e ristoratori provenienti da ogni angolo del pianeta, con il patrocinio del MASAF – Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste.

Anche quest’anno la Calabria sarà presente tra le eccellenze in mostra, grazie a Paolo Andriolo, chef e proprietario della pinseria “Voglia”, un locale che ha saputo conquistare il pubblico con le sue pinse romane preparate nel verde di un suggestivo giardino a Villapiana Scalo, lungo la costa ionica cosentina.

«Partecipare a un evento di tale portata è motivo di grande orgoglio» – racconta Andriolo – «perché significa portare un pezzo di Calabria in una delle manifestazioni gastronomiche più seguite a livello internazionale. Essere riconfermati per il terzo anno consecutivo è il segnale che il lavoro fatto con costanza e amore per questo mestiere viene apprezzato. Il peperoncino rappresenta la nostra identità e valorizzarlo in un contesto così prestigioso è una soddisfazione enorme».

La Fiera, che negli anni ha conquistato fama mondiale, non è soltanto un festival per appassionati, ma anche un luogo d’incontro per professionisti del settore, un vero e proprio laboratorio di contaminazioni culinarie. In questo scenario, la presenza di Andriolo e della sua pinseria diventa occasione per mostrare come la Calabria sappia rinnovarsi senza mai perdere le proprie radici.

«Viviamo un momento difficile per la ristorazione» – prosegue lo chef – «ma è proprio in situazioni così che bisogna resistere, credere nelle proprie idee e puntare sulle peculiarità che rendono unica la nostra terra. La pinsa è la nostra cifra stilistica, e poterla raccontare attraverso un festival di fama mondiale è la dimostrazione che la qualità e la passione, alla lunga, premiano sempre».

Un impegno quotidiano, fatto di sacrificio e di amore per il mestiere, che trasforma una pinseria calabrese in un punto di riferimento internazionale, capace di portare alto il nome della regione in uno degli eventi più attesi del panorama gastronomico mondiale.

venerdì

Carcere, il grande inganno del cemento. E il Sud continua a pagare il prezzo più alto

 


È una di quelle pagine nere che tornano sempre, uguali, drammatiche. Quella del sovraffollamento carcerario non è solo una questione tecnica. È una ferita aperta nella nostra coscienza civile, una vergogna che riguarda tutti, perché dice chi siamo, e quanto valga davvero la vita umana nel nostro Paese.

I numeri parlano chiaro: oltre 62.700 detenuti per meno di 47.000 posti regolamentari. Un’emergenza che dura da decenni, e che da quando si è insediato l’attuale governo è addirittura peggiorata: 6,5 detenuti in più ogni giorno, a fronte di un solo nuovo posto ogni otto. Il risultato? Celle sovraffollate, tensioni esplosive, e un dato ormai intollerabile: l’aumento vertiginoso dei suicidi in carcere.

E come spesso accade, è il Sud – e la Calabria in particolare – a pagare il prezzo più alto. Perché qui il sistema penitenziario sconta da anni strutture inadeguate, personale ridotto all’osso, servizi assistenziali e sanitari insufficienti. Le carceri di Cosenza, Rossano, Catanzaro, Vibo raccontano ogni giorno una realtà che chi vive lontano dalle sbarre non può nemmeno immaginare: celle stipate, turni massacranti per gli agenti, assistenza psicologica praticamente assente.

In questo contesto, il ministro Nordio rilancia con una proposta che suona come un disco rotto: più cemento, più container, più repressione. Lo aveva già annunciato un anno fa col decreto “Carcere sicuro”. Oggi ripropone lo stesso schema, affidando a Marco Doglio il ruolo di commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, con l’idea di installare prefabbricati nei cortili delle carceri o riadattare vecchie caserme dismesse. Ma davvero possiamo credere che piazzare delle “casette d’emergenza” in strutture già al collasso sia una risposta seria a un problema strutturale?

Nel frattempo, i reati aumentano, le pene si inaspriscono, le alternative al carcere vengono trattate come concessioni ideologiche. Ma la verità è una: il carcere italiano non rieduca, non cura, non reinserisce. Schiaccia.

Lo ha detto chiaramente Mauro Palma, ex garante nazionale dei detenuti, in una lettera inviata a Giorgia Meloni: “Anche se davvero si costruissero i 15.000 posti promessi entro il 2028, non basterebbero. Oggi il sovraffollamento è già di oltre 16.000 unità, e continua a crescere”. Senza una visione diversa, si continuerà a inseguire l’emergenza con strumenti vecchi e dannosi.

E in Calabria, dove le occasioni di reinserimento sociale sono ridotte all’osso, la detenzione diventa spesso una condanna all’oblio. Nessun programma serio di recupero, poche strutture per i detenuti tossicodipendenti o affetti da disturbi mentali, zero percorsi di giustizia riparativa. Si entra in cella e si scompare.

Eppure, un’alternativa esiste. E parte da un cambio di paradigma: il carcere non può essere solo punizione. Deve essere responsabilità, rieducazione, riscatto. Servono comunità, non container. Servono educatori, non solo agenti. Servono progetti, non muri.

Finché non si avrà il coraggio di investire davvero in umanità e giustizia sociale, il carcere resterà una fabbrica di dolore. E il Sud, ancora una volta, ne sarà il capannone più buio.

Davide Beltrano

Perché dopo 15 anni ho scelto di restare con iPhone.

 

Sono sempre stato un appassionato di tecnologia e nel corso degli anni ho coltivato una piccola mania: cambiare smartphone spesso, quasi compulsivamente. Non ho mai tenuto un dispositivo per più di cinque mesi. Da iPhone 6 Plus in poi, ogni modello “maxi” di Apple è passato tra le mie mani, così come ogni top di gamma Samsung, specialmente le varianti Ultra degli ultimi anni. Una sorta di alternanza continua, un pendolo che oscillava tra Cupertino e Seul.

Quest’anno però è accaduto qualcosa di nuovo. Per la prima volta, uno smartphone è rimasto con me per dieci mesi consecutivi (a settembre saranno undici). Una vera eccezione che, conoscendo le mie abitudini, ha un significato enorme.

La ragione non è tanto nello smartphone in sé, quanto nell’ecosistema che gli ruota attorno. Non sto scoprendo nulla: tutti sanno che l’integrazione dei dispositivi Apple è un punto di forza. Ma viverla quotidianamente, in maniera fluida, senza intoppi, con un livello di precisione quasi chirurgico, è un’esperienza che ti cambia l’approccio alla tecnologia. Certo, per molti Apple è un sistema “chiuso” (anche su questo ci sarebbe da ridire, ma vabbè) e forse proprio per questo è meglio non entrarci se non si è convinti, perché una volta trovata la quadra è molto difficile tornare indietro. Ti abitui a una semplicità d’uso che diventa quasi indispensabile.

Quello che mi colpisce, giorno dopo giorno, è la costanza. Un dispositivo che ti accompagna fino a sera senza incertezze, che nella fotografia e soprattutto nei video offre un’esperienza difficilmente replicabile. È un insieme di piccoli dettagli che, sommati, fanno la differenza e che sul lungo periodo pesano più di qualunque scheda tecnica.

Dall’altra parte, Samsung conserva un fascino indiscutibile: la qualità degli schermi OLED resta un punto di riferimento assoluto, capace di regalare quel “wow effect” che ti cattura al primo sguardo. Ma nel tempo, nell’uso quotidiano, alcuni aspetti hanno finito per farmi guardare altrove.

Apple e Samsung rappresentano due mondi diversi. La prima gioca di melina, non osa troppo, avanza con piccoli passi sicuri, sapendo di poter contare su una fidelizzazione impressionante. La seconda invece deve ogni anno inventarsi qualcosa di nuovo: fotocamere da 200 megapixel, pieghevoli futuristici, funzioni che spesso hanno più del “wow” da vetrina che della sostanza.

Non è questione di simpatia o di tifo da stadio. Amo entrambi i marchi e i rispettivi ecosistemi. Ma dopo quindici anni di cambi, scambi e test, la mia esperienza mi porta a dire che sul lungo periodo l’affidabilità di iPhone resta un gradino sopra. Samsung può entusiasmare all’inizio, con quella potenza bruta che impressiona, ma spesso non riesce a calibrarla né a mantenerla nel tempo. Apple invece preferisce non strafare, ma ciò che offre funziona, e funziona bene.

Alla fine, chiunque sia davvero appassionato di tecnologia vorrebbe avere entrambi, poterli confrontare, usarli, sperimentarli. Ma nella realtà quotidiana non sempre è possibile. E quando arriva il momento di scegliere, la stabilità e la durata nel tempo fanno la differenza.

Ecco perché, per la prima volta dopo tanti anni, ho deciso di “cedere il passo” ad iPhone. Una decisione maturata non per moda o spirito di appartenenza, ma per pura affidabilità. Si potrebbero dire tante altre cose, lo so, ma questa non vuole essere una recensione tecnica: è solo una riflessione personale su questo eterno binomio iPhone – Samsung Ultra.


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