lunedì

Scalea: tornare all’ascolto per una politica vicina ai cittadini.

 

La buona politica si costruisce sul territorio, ascoltando le esigenze reali delle persone e traducendole in azioni concrete. Lo dimostra il percorso avviato attraverso il Caffè Politico, promosso dal Circolo cittadino di Italia del Meridione, un momento di confronto diretto con i cittadini che ha permesso di raccogliere bisogni, idee e proposte per costruire un programma condiviso.

L’obiettivo è superare i vecchi schemi ideologici e creare la coalizione più ampia possibile, basata su temi concreti e su un impegno serio per il futuro. È il momento di mettere in campo le migliori energie, di aprire un dialogo costruttivo e di individuare, insieme, il miglior candidato a Sindaco per rappresentare un progetto solido e credibile.

Noi di Italia del Meridione metteremo a disposizione della città di Scalea il programma che stiamo elaborando direttamente con i cittadini e le nostre risorse umane migliori per costruire una coalizione competente e competitiva con la consapevolezza di avere in Annalisa Alfano il migliore candidato a Sindaco da esprimere.

L’ascolto e il confronto sono la base di un nuovo modo di fare politica: concreto, partecipato e vicino ai cittadini.

Antonio Pappaterra 

Commissario cittadino Scalea Italia del Meridione

sabato

Trump-Zelensky: lo scontro che segna una svolta. Ma a perdere è la diplomazia.

 


Quello a cui abbiamo assistito nel confronto tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky potrebbe essere ricordato come uno dei momenti più significativi della storia recente. Un faccia a faccia duro, teso, che ha lasciato sul campo più macerie di quante ce ne fossero prima. Un confronto che ci ha detto molte cose: sulla guerra in Ucraina, sulle reali intenzioni degli Stati Uniti e sulla fragilità dell’Europa, spettatrice sempre più impotente di una crisi che rischia di travolgerla.


Trump ha affrontato Zelensky con il piglio di chi non cerca un dialogo, ma impone una linea. La sua frase, “non hai tu le carte in mano”, è emblematica: per lui, l’Ucraina è solo un tassello in una partita molto più grande, una scusa perfetta per ridefinire i rapporti tra Stati Uniti e Russia. Non c’è stata nessuna apertura alla mediazione, nessun tentativo di costruire una via d’uscita dalla guerra. C’è stato solo il ribadire, con toni quasi sprezzanti, che senza le armi americane Kiev non avrebbe avuto scampo. Un messaggio chiaro: l’unico arbitro del destino ucraino è Washington.


Ma se Trump ha giocato il ruolo del bullo di quartiere, Zelensky ha forse perso una grande occasione per farsi capire. Di fronte a un interlocutore così ostile, avrebbe dovuto provare a spostare il dibattito su un altro piano, smarcarsi dall’angolo in cui è stato spinto. Non era facile, questo è certo, ma il presidente ucraino avrebbe potuto provare a ribaltare la narrazione, a far emergere l’ingiustizia di una posizione che dipinge l’Ucraina come un semplice pedina e non come una nazione che sta lottando per la propria sopravvivenza.


In tutto questo, l’Europa è rimasta ai margini, quasi silenziosa. Un’Europa che dovrebbe essere protagonista della costruzione della pace e che invece viene dipinta, dallo stesso Trump, come l’agente del caos, incapace di garantire stabilità e sicurezza. Un’accusa pesante, ma che trova terreno fertile in una realtà in cui le leadership europee sembrano sempre più divise e in difficoltà.


Alla fine, ciò che resterà di questo incontro sarà la sensazione che il destino dell’Ucraina è ancora una volta nelle mani di altri. O che, paradossalmente, Trump potrebbe finire per essere il fautore di una pace imposta, modellata sugli interessi americani più che su quelli di Kiev. Se invece la guerra dovesse continuare, lo farà in un contesto ancora più pericoloso, con equilibri sempre più precari e con un’Europa che rischia di essere la grande perdente di questa partita.


Quello che è certo è che ieri non ha vinto nessuno. Ha perso la diplomazia, ha perso la possibilità di un dialogo reale. Ha perso la speranza che questa guerra possa finire con un accordo e non con una resa.


Davide Beltrano 

martedì

L’amore universale come miglioramento dell’intera umanità.

Oggi più che mai, l’amore universale appare come un’idea irraggiungibile, un concetto astratto confinato alla sfera del desiderio piuttosto che a quella dell’azione concreta. Spesso frainteso e ridotto a un sentimentalismo superficiale o a una forma di interesse mascherato, il vero amore universale è invece una tensione etica verso il bene, una forza che agisce senza aspettarsi nulla in cambio. Ma l’uomo è davvero in grado di raggiungere questa forma di amore? O è destinato a restare prigioniero di una concezione egoistica e condizionata dai suoi limiti filosofici e culturali? 

Platone, nel Simposio, ci suggerisce che l’amore è un percorso di ascesa: parte dal desiderio sensibile per poi elevarsi verso il Bello assoluto, un amore che non è più rivolto a un singolo oggetto, ma alla totalità dell’essere. È un invito a superare la frammentazione dell’esistenza per riconoscere un’armonia più grande, una visione che trova eco anche in Spinoza, per il quale l’amore intellettuale di Dio non è altro che la comprensione profonda dell’unità di tutte le cose. 


Tuttavia, l’essere umano è spesso incapace di abbracciare questa visione perché intrappolato in una mentalità di scambio: si ama con la speranza di essere riamati, si compie il bene attendendosi un riconoscimento, si misura ogni gesto sulla base di una presunta reciprocità. Ed è qui che l’amore universale si svuota, perde la sua purezza e si trasforma in una sottile forma di calcolo. 


Nietzsche ci insegna che per amare davvero occorre prima liberarsi dai condizionamenti culturali e morali che ci impongono cosa sia giusto provare e verso chi. Il suo amor fati, l’amore per il proprio destino, è una forma radicale di accettazione che ci invita a non dividere il mondo in ciò che merita amore e ciò che non lo merita, ma ad abbracciare tutto senza distinzione. Eppure, la società moderna sembra remare nella direzione opposta: viviamo immersi in dinamiche che premiano l’individualismo, il tornaconto, la convenienza emotiva. 


In questo contesto, l’amore universale diventa non solo difficile da praticare, ma persino da concepire. Eppure, la sua diffusione non può passare da un’imposizione né da un proselitismo forzato. L’unica via possibile è l’esempio: incarnare un amore libero da aspettative, un amore che non cerca conferme ma che esiste come puro atto di affermazione del bene. 


Simone Weil, con la sua filosofia dell’attenzione, ci mostra come il vero amore si manifesti nella capacità di vedere l’altro senza volerlo possedere o trasformare. È una lezione preziosa per il nostro tempo, in cui ogni relazione sembra essere valutata in base a ciò che può restituirci. L’amore universale non è un’utopia, ma una sfida filosofica ed esistenziale che richiede uno sforzo di consapevolezza e di liberazione interiore. 


È difficile, forse persino controintuitivo, ma non impossibile: il primo passo è cominciare a guardare il mondo senza il filtro del nostro bisogno di ricevere qualcosa in cambio.


Davide Beltrano 

“IlFolle”

Castrolibero, problema per l’asfalto dissestato: cittadini esasperati per le condizioni di Contrada Motta.

 

Castrolibero – Cresce la rabbia tra i cittadini per le condizioni precarie dell’asfalto in Contrada Motta, il tratto stradale che parte più o meno dal ponte di San Francesco e arriva fino al bivio di Santa Lucia. Buche, avvallamenti, dossi e tratti fortemente danneggiati, stanno creando disagi agli automobilisti, con il rischio concreto di danni ai veicoli e situazioni di pericolo per chi percorre la strada quotidianamente.


Un cittadino, tra i tanti contrariati, ha segnalato con forza il problema, sottolineando come la situazione sia ormai insostenibile. E alla sua voce si uniscono quelle di molti altri residenti, delusi dalla mancanza di interventi risolutivi. La strada, infatti, versa in condizioni critiche da tempo, ma le richieste di manutenzione sembrano essere rimaste inascoltate.


Il problema dell’asfalto dissestato non è solo una questione di comfort alla guida, ma soprattutto di sicurezza: buche profonde e irregolarità possono provocare incidenti, danni alle sospensioni dei veicoli e mettere a rischio motociclisti e ciclisti.


I cittadini chiedono con urgenza un intervento da parte dell’amministrazione comunale per ripristinare il manto stradale e garantire una viabilità sicura. Un appello che merita attenzione, prima che la situazione peggiori ulteriormente.


lunedì

Sanremo 2025: il Festival della musica e della normalità

 

Il Festival di Sanremo ha confermato una certezza: Brunori Sas è ormai un fenomeno riconosciuto da tutti. Ha ribadito anche che una classifica finale davvero meritocratica non esisterà mai, perché ognuno ha i propri gusti e i propri preferiti. E soprattutto ha dimostrato, ancora una volta, che ogni novità viene accolta con timore e critiche infinite, come è successo al vincitore Olly, travolto da tanto amore ma anche da attacchi spesso ben lontani dalla musica.

Il Festival di Carlo Conti è stato esattamente come previsto: equilibrato, senza colpi di scena, senza momenti comici memorabili, senza satira politica, anzi, senza satira in generale. Ma forse proprio questo era ciò che il pubblico desiderava: musica e basta. Un evento che si è trasformato in una sorta di comfort zone, nella quale Carlo Conti ha costruito – e costruirà – altri successi. Perché, al di là dei gusti personali, Sanremo 2025 è stato un trionfo in termini di ascolti e consenso.


È stato il Festival di tutta Italia, come suggerisce il brano di Gabry Ponte, con un cast capace di avvicinare i giovani e brani non sempre di altissima qualità, tra tormentoni e canzoni nate più per le classifiche post-Sanremo che per la gara in sé.


Insomma, un Sanremo dal ritmo serrato, che ha puntato tutto sulla musica, evitando polemiche, incomprensioni e critiche superflue. Carlo Conti ha gestito il Festival con un gioco semplice e tattico, quasi un 4-4-2 calcistico, senza fuoriclasse ma con ordine e strategia. E ha vinto, senza se e senza ma.


Alla fine, però, conta solo il risultato? O forse no? Come sempre, ai posteri l’ardua sentenza.


Davide Beltrano – IlFolle