lunedì

Al via il progetto di screening renale per gli studenti dell’Istituto Valentini-Majorana


Un importante passo avanti per la salute dei giovani: questa mattina è stato siglato il protocollo d’intesa tra l’Istituto Valentini-Majorana, l’associazione ASIT, l’associazione ANTEAS e l’amministrazione comunale di Castrolibero per l’avvio di un progetto di screening renale dedicato agli studenti dell’istituto.


Il protocollo, sottoscritto dalla dirigente scolastica dell’Istituto Valentini-Majorana, da Rachele Celebre per ASIT, da Benito Rocca per ANTEAS e dal sindaco di Castrolibero, è stato promosso dall’assessore all’Istruzione Raffaella Ricchio, che ha espresso grande soddisfazione per l’iniziativa: “Sono orgogliosa di aver contribuito alla realizzazione di questo progetto, che pone al centro la salute dei nostri ragazzi e dimostra l’importanza della collaborazione tra istituzioni e associazioni.


Il progetto prevede una serie di azioni mirate alla prevenzione delle malattie renali nei giovani. Dopo la firma del protocollo, seguiranno giornate informative condotte da professionisti del settore per sensibilizzare gli studenti sull’importanza della salute renale. Successivamente, gli alunni che presteranno il proprio consenso potranno sottoporsi gratuitamente a un controllo medico, che includere  analisi delle urine e del sangue.


L’iniziativa è resa possibile grazie al contributo economico fornito sia dall’amministrazione comunale che dall’associazione ANTEAS, a copertura delle spese vive del progetto.


Si tratta di un’iniziativa di grande valore sociale e sanitario, che sottolinea l’impegno della comunità di Castrolibero nella tutela del benessere dei più giovani, promuovendo la prevenzione come strumento essenziale per una vita sana.


L’Inter ha un problema evidente!

 

L’Inter ha un problema evidente: se non gioca al massimo delle sue possibilità, fatica tremendamente. Per vincere le partite, la squadra nerazzurra deve spingere sempre al massimo, sfruttando la sua forza, i suoi meccanismi e il suo modo di giocare, che però ultimamente sta diventando un po’ troppo prevedibile. Il giro palla nella propria metà campo spesso risulta sterile, poco incisivo, e quando il ritmo cala, la squadra perde il controllo del gioco.


Quando invece l’Inter riesce a esprimersi al meglio, domina in larghi tratti. Il problema è che basta un calo di intensità, come è successo nel derby d’andata, a Firenze o ieri sera contro la Juventus, e la squadra perde quella forza necessaria per riacciuffare la partita.


C’è poi un aspetto che si trascina da almeno due anni: la mancanza di un vero dribblatore. Un giocatore capace di saltare l’uomo, creare superiorità e dare la scossa quando il gioco si appiattisce. Prendiamo come esempio Conceição nella Juve: uno di quei giocatori che, con una singola giocata, possono cambiare l’inerzia di una partita. L’Inter, invece, non ha questa soluzione e finisce sempre per aggrapparsi al suo centrocampo, che però non riesce a mantenere lo stesso livello di dinamismo per tutti i 90 minuti.


Se poi anche Calhanoglu non è al top della forma, diventa ancora più complicato gestire il gioco con fluidità. E qui sta il vero punto critico: l’Inter non può permettersi pause. Non è una squadra che può gestire il ritmo a piacimento e poi colpire con un guizzo improvviso, come fanno altre. Per rendere al meglio, deve restare costantemente dentro la partita, con tutti gli undici giocatori concentrati e al massimo del rendimento. Quello che fino a poco tempo fa era un punto di forza – l’intensità e il gioco corale – ora sta diventando un limite: basta un attimo di flessione e il rischio di pagare a caro prezzo è altissimo.


Poi, è chiaro, se Lautaro avesse spinto dentro quel pallone a pochi centimetri dalla porta, probabilmente staremmo parlando di un’altra partita. Ma il problema resta: l’Inter deve giocare sempre al massimo, perché ogni calo di tensione diventa un’opportunità per gli avversari. E ieri sera, purtroppo, se n’è avuta un’altra dimostrazione.


Davide Beltrano 

domenica

“La Conca d’Oro”: un simbolo di aggregazione e tradizione.




“La Conca d’Oro” è da sempre sinonimo di aggregazione e storia, un luogo che scandisce la quotidianità di tanti castroliberesi e non solo. Ogni giorno, questo bar iconico accoglie una variegata clientela, confermandosi uno dei punti di riferimento più amati dell’intera città di Cosenza.

Non è solo un bar, ma una vera e propria istituzione: un punto d’incontro che celebra il legame con il territorio e incarna la passione italiana per la colazione, i dolci, il caffè e gli aperitivi.

Da pochi giorni, “La Conca d’Oro” si è presentata al pubblico con un look completamente rinnovato. La recente ristrutturazione ha portato una ventata di freschezza, unendo modernità ed eleganza in un restyling capace di sorprendere anche i clienti più affezionati.

«Siamo fieri di rappresentare un territorio che è ormai parte integrante del nostro bar», ha dichiarato Damiano Morrone, il vero deus ex machina de “La Conca d’Oro”. «Dal 1978, abbiamo perseguito una visione che considera i luoghi di ritrovo, come i bar, dei patrimoni comunitari e identitari da difendere e preservare. Credo che, dal 1978, stiamo riuscendo in questo intento».

Ora, “La Conca d’Oro” è pronta ad accogliere i suoi clienti con tante specialità, in vista delle vigilie più attese dell’anno: Natale, Capodanno ed Epifania.

Davide Beltrano





Referendum sulla fusione: una vittoria del “no” che ridisegna il futuro di Cosenza, Rende e Castrolibero.


Negli ultimi giorni, un classico della musica rock italiana, C’è chi dice no di Vasco Rossi, sembrava essere la colonna sonora perfetta per una battaglia referendaria che ha segnato profondamente il destino di tre città importanti: Cosenza, Rende e Castrolibero. Quella che alcuni avrebbero potuto definire una cantilena distorta è invece diventata il grido di un popolo che ha scelto la democrazia e la partecipazione attiva.

A Cosenza, il “sì” ha prevalso ma senza stravincere, e ciò che emerge con maggiore forza è l’indifferenza della grande maggioranza dei cittadini, una totale disconnessione tra la politica e la popolazione. Questo fenomeno, che avevo già sottolineato nei giorni scorsi, evidenzia soprattutto lo scarso coinvolgimento dei giovani su una questione tanto cruciale per il loro futuro.

A Rende e Castrolibero, invece, il “no” ha trionfato, mostrando una forza propulsiva determinante per le sorti del referendum. Castrolibero, in particolare, si è distinta con un’affluenza che ha superato il 40%, un dato rilevante per un referendum e che conferma la vivacità di una comunità in fermento.

Questi risultati lasciano profonde cicatrici nel Centrodestra, promotore del progetto di fusione. Un progetto tanto ambizioso quanto incapace di fare breccia nel cuore dei cittadini, segnato da un evidente vuoto di comunicazione tra i rappresentanti e la popolazione. Si attendeva una vittoria netta del “sì”, ma il risultato ha messo a nudo una mancanza di connessione e di ascolto.

Dall’altra parte, emerge con forza il valore dei territori e del senso di appartenenza. Questa vittoria dimostra che non è la grandezza di una comunità a garantire il futuro dei suoi cittadini, ma rappresentanti politici dotati di un alto senso del dovere e profondamente legati al proprio territorio. Non è un caso che personalità come Sandro Principe a Rende e Orlandino Greco, a Castrolibero, abbiano avuto un ruolo decisivo nella campagna per il “no”.

La politica cosentina, invece, esce sconfitta, e non è un paradosso affermare che il colpo più duro lo abbia subito proprio la Sinistra. Seguendo a ruota la Regione, ha sostenuto un progetto di fusione che ora appare privo di senso, poiché mancante di basi solide e di un sostegno popolare autentico. Non è solo il peso del “no” a emergere, ma anche la scarsa partecipazione, che dovrebbe indurre a una riflessione profonda e non eludibile.

Ripartire da zero non è solo necessario, è inevitabile. Una fusione così grande richiede fondamenta solide, costruite sull’ascolto e sulla partecipazione dal basso. Non basta immaginare una Cosenza più grande: bisogna prima lavorare per rafforzare l’identità e la consapevolezza dei cosentini stessi.

Questa vicenda ci ricorda che il futuro non si impone, si costruisce. E si costruisce solo attraverso il dialogo, il rispetto e la partecipazione attiva dei cittadini. Castrolibero, Rende e, in parte, la stessa Cosenza, hanno dimostrato che la vera forza sta nel popolo e nella sua capacità di dire “no” quando la posta in gioco… è davvero alta.

Davide Beltrano

sabato

Punti di vista generazionali verso la città unica.


Il TAR ha emanato il suo verdetto: l’iter per arrivare alla città unica è regolare. Avanti con il referendum del 1* dicembre. 

Una stoccata contro chi sperava in una sentenza negativa sulla città unica e un incentivo in più per i fautori della fusione. L’attesa, infatti, è stata lunga e seguita da molti convegni perlopiù dei sostenitori del no: tutto ciò non è bastato e adesso la strada per la città unica, per chi non la vorrebbe, si fa dura e irta di ostacoli. Certo, c’è ancora il Consiglio di Stato a poter aprire la questione, ma è lapalissiano che questa sentenza sia un punto a favore del sì, rigettando tutti i proclami di anti democrazia piovuti addosso dai contrari. 

Ciò che forse risalta di più, in questi giorni, a parte la diatriba in tribunale; a parte sciorinare incontri su incontri in merito alla questione, è la poca partecipazione attiva della popolazione. Soprattutto tra i giovani c’è una totale indifferenza alla questione. È lo specchio dei nostri tempi, sicuramente, ma è anche un punto di domanda che ogni politico nostrano dovrebbe porsi: i cittadini concepiscono le tre città già come un’unica entità, oppure in gran parte di essi c’è proprio un disimpegno totale a questo futuro cambiamento generale?

Quello che ci si chiede è, se da una parte i vantaggi ad una fusione siano davvero comprensibili per tutti o se eventuali svantaggi siano invece il collante ideale per i sostenitori del no, fra voto consapevole e protesta ad un sistema. 

La questione non è assolutamente solo politica ma anche sociale, morale e generazionale. Come si può pensare di andare verso il futuro senza il parere dei giovani? Come si può creare la città che verrà senza l’apporto di tanti ragazzi e ragazze che si affacciano con scetticismo al mondo della politica? E il giro di domande è infinito anche dalla parte opposta: finché si riesce a convincere la popolazione che il metodo attuale è quello giusto? 

Ognuno ha in tasca la verità ma molti preferiscono dirla ad occhi chiusi senza constatare il tangibile pressappochismo di tanti segmenti delle tre città . Il referendum toglierà definitivamente il velo agli ultimi utopisti, con quel dilemma enorme che forse, non è tanto la città unica che potrà cambiare le carte in tavola, ma un coinvolgimento reale della popolazione a questioni, le quali, anche se di straordinaria importanza, vengono viste come l’ennesimo scambio di opinioni, visioni e progetti, di una casta politica sempre più lontana dal sentire comune. Ai posteri, anzi, al referendum l’ardua sentenza.